Fatti
Diciotto siti su ventotto risultano contaminati da Pfba, l’acido perfluorobutanoico. È il dato più allarmante emerso dall’ultima seduta congiunta delle commissioni sanità e urbanistica del Consiglio regionale Veneto, riunite per fare il punto sulla contaminazione da Pfas lungo il tracciato della Superstrada Pedemontana Veneta, nell’area delle gallerie tra Malo e Sant’Urbano (Vicenza).
In quei ventotto siti, distribuiti tra le province di Vicenza e Padova, sono stati depositati circa tre milioni di metri cubi di terre e rocce di scavo derivanti dalla costruzione della Spv: un volume che oggi è al centro di un’indagine ambientale. Un allarme scattato lo scorso luglio, quando Ispra aveva già definito la situazione una «minaccia imminente» di danno ambientale, un’espressione tecnica che obbliga le autorità competenti ad agire con urgenza. Eppure i tempi istituzionali si sono rivelati tutt’altro che rapidi: la commissione congiunta si è riunita solo a metà aprile, dopo l’interrogazione di Alleanza Verdi Sinistra e la mozione del Partito democratico. Al centro della vicenda c’è l’uso del Mapequick Af 1000, accelerante per il calcestruzzo contenente Pfba, impiegato nei lavori nel 2021 in concentrazioni superiori ai valori soglia. Le acque di cantiere sarebbero state scaricate nel torrente Poscola per quasi tre anni. Dodici persone risultano indagate dalla Procura di Vicenza per inquinamento ambientale e omessa bonifica.
La dimensione della vicenda, però, supera i confini vicentini. Il monitoraggio ha rilevato Pfba e Pfos nella falda di Dueville (Vicenza), che è la principale fonte idrica per la città di Padova e altri Comuni del Padovano. I tecnici regionali distinguono però questo caso dalla storica vicenda Miteni: i Pfas a catena corta, come il Pfba, hanno emivita breve nel sangue e non si accumulano nell’organismo come il Pfoa e il Pfos. Ma la rassicurazione ha una riserva: gli stessi tecnici hanno precisato che il Pfba non risulta cancerogeno «allo stato attuale delle conoscenze». Studi tossicologici dell’Epa americana indicano infatti che il Pfba, pur non restando nel sangue, tende ad accumularsi in organi specifici come fegato, tiroide, reni, con effetti sulla salute che la scienza non ha ancora chiarito. «Non si può dire che siano innocui e non c’è certezza sui loro effetti per l’organismo. Parliamo di salute pubblica, questa incertezza impone la massima cautela», spiega Carlo Cunegato.
Il capogruppo di Avs in Consiglio regionale ha sollevato un’altra questione: molti dei ventotto siti dove sono state depositate le terre di scavo sono stati ricomposti e destinati a uso agricolo. Per capire cosa stia accadendo ai terreni, era stato chiesto di finanziare 300 mila euro per uno studio sugli effetti ambientali e sanitari proprio in quei ventotto siti, ma la maggioranza in Consiglio regionale ha recentemente bocciato il finanziamento. I consiglieri del Pd, Chiara Luisetto e Antonio Dalla Pozza, hanno elencato con precisione i nodi che attendono ancora risposta: il monitoraggio delle terre e rocce di scavo, l’istituzione di un osservatorio permanente sull’inquinamento e il controllo sui pozzi privati. Mentre a livello locale si attende ancora la messa in sicurezza, a Bruxelles la Commissione europea, su iniziativa dell’eurodeputata Cristina Guarda, si è impegnata a proporre una restrizione sugli acceleranti cementizi contenenti Pfas. Dalle gallerie vicentine all’acquedotto di Padova, il conto ambientale della Pedemontana è stato appena aperto.
«Serve che l’acqua a valle del sito sia non solo pulita, ma potabile – ha dichiarato il presidente della Provincia di Vicenza Andrea Nardin – Lo pretendiamo dai responsabili di uno dei più vasti inquinamenti».