Idee
Quanti “amici” hai su Facebook? E quanti di loro hai visto in faccia almeno una volta? La domanda non è retorica. Anzi, secondo una ricerca appena pubblicata su “Public Health Reports” — la rivista ufficiale del Servizio di Sanità Pubblica degli Stati Uniti — quella distinzione è esattamente il punto. E la risposta che emerge dai dati è sorprendente: più sconosciuti si accumulano nella propria lista contatti, più ci si sente soli.
La ricerca è stata condotta dal professor Brian Primack dell’Oregon State University su un campione rappresentativo di oltre 1.500 adulti americani tra i 30 e i 70 anni. I partecipanti hanno risposto a questionari dettagliati sul proprio uso personale — non professionale — di dieci piattaforme: Facebook, X (ex Twitter), Reddit, YouTube, LinkedIn, Instagram, TikTok, Snapchat, Pinterest e WhatsApp. Per ciascun contatto online, è stato chiesto se si trattasse di qualcuno conosciuto anche nella vita reale, oppure no.
Il risultato principale è netto: avere tra i propri contatti virtuali molte persone mai incontrate di persona è associato a livelli più elevati di solitudine. In media, il 35% dei contatti online dei partecipanti erano persone con cui non avevano mai avuto un incontro fisico diretto.
Ma c’è un elemento ancora più interessante. Quando i ricercatori hanno isolato i contatti “reali” — ovvero persone già conosciute fuori dai social — l’associazione con la solitudine spariva del tutto. Restare in contatto virtuale con amici e conoscenti veri non aumenta né diminuisce il senso di solitudine: è, in sostanza, neutro. Il problema non sono i social in sé, dunque. Il problema sono gli estranei.
Questo dato invita a una riflessione: non è l’uso dei social a farci stare peggio, ma il tipo di relazioni che vi coltiviamo. Un messaggio importante, soprattutto in un’epoca in cui la metrica del successo sociale sembra misurarsi in follower e richieste di amicizia accettate.
Perché frequentare sconosciuti online aumenta la solitudine? I ricercatori avanzano un’ipotesi, pur senza considerarla ancora definitivamente dimostrata: il confronto sociale. Quando vediamo le foto, i post e le storie di persone che non conosciamo, tendiamo a percepirle come rappresentazioni realistiche della loro vita. Eppure, quelle rappresentazioni sono quasi sempre filtrate, selezionate, abbellite. Il risultato è che la nostra vita — con le sue giornate banali, i momenti di noia, le amicizie imperfette — appare inevitabilmente più povera a confronto.
Jessica Gorman, tra gli autori dello studio, sottolinea che questo meccanismo è particolarmente insidioso con gli sconosciuti proprio perché, non avendo esperienza diretta di loro, non abbiamo strumenti per smontare l’idealizzazione. Con un amico vero sappiamo che anche lui ha brutte giornate. Con uno sconosciuto online, vediamo solo la versione curata di sé che ha scelto di mostrare.
Lo studio si inserisce in un contesto più ampio. Nel 2023, il Chirurgo Generale degli Stati Uniti Vivek Murthy aveva pubblicato un rapporto che definiva la solitudine una vera e propria epidemia nazionale. I dati erano allarmanti: già prima della pandemia da Covid-19, circa metà degli adulti americani riferiva livelli misurabili di solitudine. E la solitudine non è soltanto una condizione emotiva spiacevole: chi la sperimenta cronicamente ha un rischio più che doppio di sviluppare depressione, un rischio aumentato del 29% per le malattie cardiache e del 32% per l’ictus. Negli anziani, la solitudine è associata a un rischio del 50% in più di demenza e a una probabilità del 60% più alta di morte prematura. Numeri che la equiparano, in termini di impatto sulla salute, al fumo di sigaretta.
Primack è diretto nelle sue indicazioni pratiche: chi si sente solo dovrebbe esaminare criticamente le proprie interazioni con sconosciuti sui social e dare priorità alle relazioni di persona, anche rispetto ai contatti online che considera “vicini”. Non si tratta di demonizzare i social media, ma di usarli in modo consapevole: come strumento per mantenere legami già esistenti, non come surrogato di una vita sociale che fatica a decollare.
Il messaggio, in fondo, è antico quanto la psicologia: contano la qualità e la profondità dei legami, non la loro quantità. I social amplificano questa verità — e, quando la si ignora, la rendono dolorosa.