Fatti
Recita l’art. 47 della Costituzione: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Mentre i governi – tutti – s’inventano la qualunque per limarli, tosarli, far sì che dalle nostre tasche quel risparmio finisca alle casse dello Stato.
Nonostante il meticoloso accanimento, rimane un dato di fatto: circa 1.500 miliardi di euro (una cifra colossale) rimangono parcheggiati sui conti correnti e su strumenti simili. Stiamo parlando di circa 20mila euro per ogni testa d’italiano, sempre però valutando il famoso pollo di Trilussa (c’è chi lo mangia tutto e chi niente, ma in media fa metà e metà).
Orbene, quella valanga di soldi che giustamente e prudentemente fanno parte del fieno in cascina che ognuno di noi mette via per qualsiasi evenienza, sono assolutamente improduttivi: per noi e per l’economia italiana. Vengono scarsamente se non per nulla remunerati soprattutto dalle banche, dove trovano ospitalità; le quali invece li utilizzano alla grande per le loro finalità, visti gli strabordanti utili che ogni anno macinano.
In più, questi soldi non alimentano gli investimenti, la crescita economica, quindi non favoriscono la produzione di ulteriore ricchezza da suddividere. Lo strumento principe sarebbe la Borsa, che è piccola e con poche società quotate; il mercato obbligazionario è dominato e schiacciato dai titoli di debito pubblico, sterili e improduttivi.
Si sa che l’italiano è un tipo risparmioso, siamo tra le formichine più attive del globo; in più siamo tra i popoli che hanno meno fiducia nel futuro, retaggio di troppi secoli di fame e privazioni. Questo ha generato un patrimonio mobiliare e immobiliare che è stato calcolato in quasi 12mila miliardi di euro. Ma la fetta di soldi “lasciati lì” è veramente cospicua.
Una delle cause di questo dannoso immobilismo (l’inflazione erode ogni anno i risparmi non investiti) è anche l’opacità dei possibili investimenti. Sarà vero che pecunia non olet, ma per un credente la cosa non sta proprio così: secca alquanto sapere che i propri soldi alimentino l’industria delle armi, dei vizi o altro ancora. Che insomma non abbiano la capacità di fertilizzare il bene.
Ci sono alcuni (pochi) strumenti finanziari e alcune (poche) realtà attente a questa finalità. È chiaro ed evidente che non sappiano intercettare quella marea di soldi se non in minima parte. Ci sono riusciti strumenti come l’8 e il 5 per mille, che però sono un’altra cosa. Inutile confrontarci con l’attivismo che il mondo cattolico ebbe subito dopo la Rerum novarum: banche, assicurazioni, cooperative e tante altre realtà che oggi o non esistono più, o si sono scolorite o infine diluite in qualcos’altro.
Basterebbe un fondo d’investimento con le spalle larghe e le finalità chiare e precise, che sappia raccogliere e investire. Che sappia anche dire la sua nei consigli d’amministrazione, nelle scelte, nei no da dire. Abbiamo delegato troppo, riflettiamo su un cambio di direzione.