Idee
Gli imprenditori agricoli veneti, da sempre custodi del territorio attraverso un impegno costante e una gestione capillare delle proprie aziende, si trovano oggi di fronte a una sfida epocale. La necessità di accelerare sulla transizione energetica ha introdotto nelle nostre campagne un nuovo protagonista dal nome ancora poco familiare: l’agrivoltaico. Ma di cosa si tratta esattamente?
Tecnologia a misura d’uomo
A differenza del fotovoltaico tradizionale, che ricopre il terreno con distese di specchi scuri rendendolo sterile per la coltivazione, l’agrivoltaico è una tecnologia meno “invasiva”. Immaginiamo filari di pannelli solari sollevati da terra su strutture leggere che lasciano spazio al passaggio dei trattori e alla crescita delle piante. È una sorta di simbiosi: i pannelli producono energia pulita, mentre sotto di essi la vite o il foraggio continuano a crescere, beneficiando, in estate, di un’ombreggiatura che riduce lo stress idrico. In un Veneto che soffre sempre più per la siccità, questa “copertura tecnologica” può diventare un prezioso alleato per preservare l’umidità del suolo.
La validazione scientifica: l’agricoltura al centro del progetto
Ma al di là delle suggestioni, la sfida resta tecnica: la coesistenza tra attività agricola e produzione energetica è una reale evoluzione agronomica o rischia di rivelarsi un compromesso che sacrifica la resa dei campi sull’altare della transizione? La risposta arriva dall’Università di Padova. Il prof. Vincenzo D’Agostino, coordinando un gruppo di esperti, chiarisce che la preoccupazione per la sottrazione di spazio agricolo non è infondata e va presa seriamente: «L’agrivoltaico utile all’agricoltura non è semplicemente disporre pannelli sopra i campi, ma è un sistema agro-idrico-energetico progettato attorno alla coltura», spiega D’Agostino. La sfida è complessa: i pannelli intercettano la radiazione solare, fattore primario per le piante. Se troppa ombra può penalizzare le colture “eliofile” come il mais o i cereali, la ricerca mostra che per molte altre specie l’ombreggiamento controllato diventa uno scudo contro i colpi di calore, stabilizzando il microclima e riducendo l’evapotraspirazione del suolo. La visione del Dipartimento Tesaf apre scenari che ridefiniscono il lavoro nei campi: l’energia prodotta dai pannelli non serve solo alla rete, ma diventa il carburante per sistemi robotizzati sospesi o trattori autonomi. Un ecosistema dove persino la pioggia, raccolta dalle vele di silicio, viene canalizzata in sistemi di infiltrazione (i cosiddetti swales) per combattere l’erosione e nutrire la terra.
La prudenza istituzionale: “l’apertura vigilante” nel caso di Caorle
Queste riflessioni scientifiche trovano un riscontro immediato nella cautela degli amministratori locali. Significativa è la posizione del sindaco di Caorle, Marco Sarto, in merito al progetto da 53 MWp denominato “Caorle”, in località Sesta Presa. Sarto sottolinea che ci si trova in una fase iniziale dell’iter e, pur ricordando il parere negativo già espresso dal Comune per il fotovoltaico a terra a Ca’ Corniani, evidenzia una differenza sostanziale di logica: «A Sesta Presa si parla di un impianto in relazione al quale l’85 per cento della superficie interessata dall’intervento resterà destinata a uso agricolo: un elemento certamente positivo a favore di quest’opera che merita una attenta valutazione e riflessione». È una posizione di apertura vigilante, che subordina il progresso alla dignità del suolo.
Il fronte del no: la ferma opposizione di Rosà
Tuttavia, non tutti i progetti seguono questo binario di equilibrio. Le cronache di questi ultimi giorni riportano la forte tensione a Rosà, nel Vicentino, per il maxi-progetto “Rosa Afv”. Si tratta di un impianto di circa 73 ettari per oltre 50 MWp di potenza che andrebbe a impattare pesantemente sul Parco delle Rogge. Se a Caorle il dialogo tra agricoltura ed energia sembra aver trovato una grammatica comune, a Rosà il clima è di aperta mobilitazione. Qui, il sindaco Elena Mezzalira ha eretto un vero e proprio argine istituzionale contro un progetto ritenuto estraneo all’identità del territorio. Non si tratta di un semplice “no” ideologico, ma di una battaglia basata su precise criticità tecniche e urbanistiche: «È un intervento speculativo da parte di società che hanno fondi importanti», ha dichiarato la prima cittadina. Il timore, condiviso dai comitati locali, è che la logica dell’investimento energetico prevalga sulle politiche di salvaguardia ambientale perseguite finora: «Ricordiamo che quest’area è stata tutelata dal Comune di Rosà nonché dai Comuni contermini – prosegue la Mezzalira – L’area del Parco delle Rogge ha una valenza paesaggistica, ambientale e storica importante, a ridosso di un’area fortemente antropizzata dove un’estensione di un impianto di questo tipo non può non avere un impatto considerevole». Per l’amministrazione rosatese, la questione non è dunque tecnologica, ma di localizzazione: il bilancio tra benefici energetici e perdita di suolo tutelato, in un’area così densamente popolata, risulta essere, allo stato attuale, inaccettabile.
L’approccio polesano: il caso di Canda e Loreo
Spostandoci nel Basso Veneto, l’inaugurazione del 21 aprile scorso degli impianti Shell a Canda e Loreo ha offerto un esempio plastico di un diverso metodo di approccio. Durante il taglio del nastro, Romina Giuliano, power generation manager Italy di Shell, ha ribadito come l’obiettivo di tali infrastrutture non sia produrre semplicemente l’energia sottraendo la terra alla coltivazione, bensì creare le giuste condizioni affinché l’agricoltura possa evolvere: «La tecnologia – ha osservato Giuliano – si pone realmente al servizio della terra, rendendo possibile una convivenza armoniosa tra la produzione di energia rinnovabile e la vita dei campi, senza compromettere né la produttività agricola né la sostenibilità ambientale».
A suggellare l’accoglienza del territorio è intervenuto il sindaco di Canda, Simone Ghirotto: «Siamo orgogliosi di ospitare un progetto che dimostra come sia possibile coniugare la produzione di energia rinnovabile con la salvaguardia della nostra identità agricola. La collaborazione con le aziende del territorio è la garanzia che questa opera porti valore reale».
Una visione che trasforma un potenziale consumo di suolo in una valorizzazione produttiva secondaria.
Il territorio padovano e la pratica operativa aziendale
Nel Padovano, questa sintesi è già realtà con l’azienda agricola Fattoria alle Origini. Vinicio Zaggia, voce del biologico e titolare dell’azienda, lo rimarca chiaramente: «Non è solo una questione di reddito; dobbiamo conservare l’ambiente in cui viviamo». Per Zaggia, l’agricoltore non è un semplice produttore, ma un custode che deve «agire nel rispetto della natura» seguendone i ritmi biologici e le stagionalità e non sottomettersi a logiche puramente industriali. La gestione agronomica dei siti agrivoltaici Shell di Loreo e Canda è stata affidata proprio all’azienda agricola Fattoria alle Origini. In questo contesto, l’azienda padovana – storicamente radicata a Bovolenta e Cartura – applica il proprio rigido protocollo bio al di sotto delle strutture fotovoltaiche, trasformando l’area dell’impianto in un laboratorio a cielo aperto. Questa esperienza dimostra che anche un’impresa legata alla tradizione più profonda può trovare un punto di equilibrio con l’energia del futuro, a patto che la tecnologia resti uno strumento e non il fine ultimo dell’attività rurale.
Le radici di una vocazione: il custode del territorio
Come per le grandi bonifiche del secolo scorso, ogni progresso richiede un nuovo patto di rispetto tra l’uomo e la terra. E dunque, l’agrivoltaico, per essere un’opportunità reale e non un’imposizione, deve preservare non solo la biodiversità ma anche quella vocazione agricola che trasforma il lavoro nei campi in una forma di “collaborazione con il Creatore”, come ricordato spesso dal magistero sociale della Chiesa. Non si tratta di scegliere tra transizione energetica e tutela del paesaggio, ma di trovare una sintesi che permetta di consegnare alle prossime generazioni una terra integra e produttiva. In questo equilibrio, l’agricoltore deve rimanere il vero custode del territorio: colui che assicura che la tecnologia rimanga uno strumento al servizio della comunità e della bellezza delle nostre campagne, e non un’ipoteca sul futuro di chi questa terra la vive e la lavora ogni giorno.
Nel dibattito sulla transizione energetica, le grandi sigle del mondo agricolo mostrano una convergenza significativa sugli obiettivi di fondo, come la necessità di abbattere i costi produttivi e l’urgenza di rendere le aziende indipendenti dalle fluttuazioni dei prezzi dei combustibili fossili. È bene precisare che né per Confagricoltura né per Coldiretti l’agrivoltaico rappresenta una “cambiale in bianco”; entrambe le associazioni, infatti, respingono con forza l’idea del fotovoltaico a terra tradizionale che sostituisce i campi con distese di specchi immobili, poiché la linea rossa invalicabile resta la salvaguardia della produzione alimentare. Confagricoltura guarda con interesse a un modello di “impresa agricola evoluta” e la sua posizione non è un’accettazione acritica, ma un’apertura verso l’agrivoltaico avanzato che, grazie a strutture elevate e mobili, permette il passaggio dei mezzi agricoli e la vita delle colture. Per questa sigla, se la tecnologia è realmente al servizio della terra” – come osservato negli esempi del Polesine – essa può diventare uno strumento di resilienza economica per l’imprenditore.
Dall’altro lato, Coldiretti pone l’accento sulla straordinaria potenzialità delle superfici già edificate: «Ben venga lo sviluppo del fotovoltaico purché non vi sia consumo di suolo utile per l’agricoltura», sottolinea Roberto Lorin, presidente di Coldiretti Padova. Lorin non esclude l’agrivoltaico a priori, ma ne circoscrive il perimetro a quello «sostenibile e realizzato direttamente dagli agricoltori», utile a sostenere il reddito agricolo e l’ambiente, dicendo chiaramente “no” a speculazioni e sfruttamento del terreno.
L’agricoltura italiana produce già il 16 per cento dell’energia rinnovabile consumata nel Paese, grazie a fotovoltaico, biomasse e biogas. Secondo Coldiretti, con il nuovo bando Agrisolare 2026, che mette a disposizione 800 milioni di euro e contributi a fondo perduto fino all’80 per cento, si potrebbe rafforzare l’agrivoltaico senza consumare suolo agricolo, incentivando pannelli sui tetti di stalle e fabbricati rurali. Già 27 mila aziende italiane hanno ridotto i costi energetici grazie ai primi bandi. Secondo Coldiretti Padova, sfruttando i 155 milioni di metri quadrati di coperture agricole disponibili si potrebbero produrre 28.400 GWh di energia solare, pari al fabbisogno annuo del Veneto.

Ha generato dibattito e proteste la possibile costruzione di un grande parco agrivoltaico a Eraclea con l’installazione di 118 mila pannelli su 165 ettari vicino a Torre di Fine. Il consiglio comunale di Eraclea ha votato contro e secondo i comitati, l’approvazione a livello regionale comporterebbe gravi ricadute sul tessuto economico, sociale, ambientale e paesaggistico.