Chiesa
È come la catechista della sua infanzia, che pur analfabeta contagiava l’amore per il Signore con ogni gesto, atteggiamento, sguardo. Solo che lui non è analfabeta. È piaciuta a tutti, giovani e meno giovani, intellettuali e non, membri del clero e laici, la presenza del vescovo Aurelio García Macías, sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ospite dell’Assemblea diocesana annuale dei ministri straordinari della comunione, organizzata all’Opsa lo scorso 2 maggio dall’Ufficio per la Liturgia.
Seduto a un tavolo con il vescovo Claudio e don Gianandrea Di Donna, mons. Macías ha trattato un tema per noi attualissimo: la ministerialità nella Chiesa. Documenti del Magistero alla mano, ha mostrato come la forma di Chiesa che ci consegna il Concilio Vaticano II sia un comporsi armonioso di diverse modalità di servizio. Ha spiegato poi qual è la differenza tra il clero e i laici, sottolineando, da studioso del sacramento dell’Ordine, come l’epiclesi dello Spirito Santo sugli ordinandi li abiliti a compiere il ministero più alto: presiedere le celebrazioni liturgiche facendosi mediatori della grazia divina. Si è concentrato infine sul ruolo e la vocazione dei laici, fondamentali tanto nella vita delle parrocchie quanto nella liturgia.
Si sentiva che parlava in lui, più che la scienza del docente, l’esperienza del pastore, che per il ruolo che svolge in Dicastero è continuamente a contatto con le comunità cristiane di tutto il mondo (poco tempo fa era in Amazzonia). E niente avrebbe avuto un’eloquenza più grande del suo sguardo che con forza si è fermato sulla numerosa platea di ministri della comunione e di semplici credenti, prima delle raccomandazioni finali. Era il modo per mostrare che non gli interessavano i discorsi ma la nostra salvezza, ognuno di noi, tutti i membri di questo corpo che lo Spirito Santo rende vivo. A ognuno di noi ha chiesto, con il volto deciso e insieme accorato: «Siate umili». Perché servire la Chiesa non deve diventare mai un’occasione per cedere alla vanità, spadroneggiare sugli altri e cercare il successo. La logica non dev’essere quella conflittuale “o io o tu”, che porta solo all’autodistruzione, ma “io e tu: il noi”. Cioè la comunione, fatta di disponibilità all’incontro, di apertura, di carità vera perché disinteressata. Mons. Macías ha ricordato l’esemplarità di quel cantore colpito al collo e ucciso da una freccia dei Vandali mentre era all’ambone a intonare l’alleluja; pura, anonima “voce”.
E poi ha chiesto ancora: «Diventate competenti: studiate i libri liturgici». Che si sia ministri ordinati o laici, occorre familiarizzare con questi strumenti che la Chiesa mette nelle nostre mani, in modo da capire quanto ogni segno nelle celebrazioni rinvii alla presenza del Signore e per questo vada considerato con la massima cura.
Infine un compito per casa: «Rileggete la Desiderio desideravi», la lettera apostolica di papa Francesco pubblicata nel 2022 per ribadire l’importanza della formazione alla liturgia. Senza una sufficiente conoscenza della teologia e del linguaggio del rito cristiano, si può cadere in pericolose ingenuità, apportando deformazioni e innovazioni che aprono la strada a estremismi di segno opposto e rischiano di compromettere l’armonia della Chiesa. È per la non divisione, infatti, che si deve lavorare instancabilmente. Anche dentro di noi: pregando, convertendoci, facendo la carità, nella consapevolezza che l’equilibrio di queste tre dimensioni è il capolavoro della vita cristiana.
Il vescovo Claudio ha fatto un’importante precisazione sul carattere dei ministeri ecclesiali: non vanno confusi con il volontariato, cioè una disponibilità data arbitrariamente e a tempo perso. L’amore del Signore fa sì che si risponda con prontezza alle esigenze della propria comunità.
Don Gianandrea Di Donna ha insistito su quanto la presenza tra noi del vescovo Aurelio andasse intesa quale segno della «sollecitudine del papa di Roma per tutte le Chiese». Ma l’incontro con lui è stato anche un fiorire di dialoghi, strette di mano, sorrisi. Tanto affetto semplice e limpido per un pastore che sa essere semplice e limpido (cioè vero e giusto) proprio perché è pieno di forza e di fede. Come quell’umile catechista di un minuscolo paese vicino a Valladolid, che gli ha insegnato ad amare Dio.