Chiesa
L’immagine di Cristo asceso al cielo assume nell’arte cristiana un carattere glorioso. Il Signore ha intorno schiere di angeli e tutto potrebbe somigliare ai titoli di coda di un film. Eppure questa è una logica da cui i Vangeli rifuggono, sia accennando al mattino di Pasqua che alle apparizioni del Risorto nei quaranta giorni successivi.
Mentre ascende al cielo in una condizione umanissima, quasi familiare, il Signore mostra la necessità di un’altra gloria. Uscito vincitore dal sepolcro, torna donde era uscito dal seno del Padre e invia sui discepoli lo Spirito. La gloria che egli manda dal cielo è perché noi siamo rivestiti della sua divinità.
Per questo, celebrando il mistero dell’Ascensione, dobbiamo porci nell’atteggiamento di chi sa che senza Dio non può nulla e che la potenza che viene dall’alto è la gloria che ci fa ascendere con la nostra carne dove lui ci ha preparato un posto.
Il Padre che genera e il Figlio che è generato non trattengono per sé ciò che sono, e questo amore che li unisce è lo Spirito Santo. Tutto ciò la Trinità lo offre alle sue creature. Dio non ha smesso di soccorrerci nemmeno quando l’uomo ha ritenuto di poter essere a prescindere dal suo Creatore (la Bibbia chiama questa superbia dei progenitori il “peccato d’origine”).
E poiché fuori dalla comunione con lui tutto si sgretola, decade, perde l’essere, ci riconsegna la vita divina attraverso il dolore del Figlio, le viscere di misericordia di chi non può pensarsi Dio lontano da noi.