Fatti
Dopo il granchio blu, un altro invasore si è diffuso nell’Alto Adriatico nell’ultimo biennio, alterandone l’ecosistema e le attività collegate. Si tratta delle mucillagini, proliferate grazie ai cambiamenti climatici in atto, “assassine” dei molluschi bivalvi dei fondali e danneggiatrici delle reti da pesca. Nel dettaglio, la loro moltiplicazione esponenziale sarebbe stata favorita dal caldo record di luglio e agosto 2024, unito alla piovosità del mese immediatamente precedente. Lo ha spiegato l’assessore regionale con delega alla pesca, Dario Bond, in una nota diramata ai primi di maggio. In quella stessa nota, Bond ha pure annunciato a breve di convocare un tavolo interistituzionale sulla situazione: «Già nei mesi scorsi avevamo evidenziato come il comparto fosse sottoposto a pressioni eccezionali, ma oggi siamo di fronte a un punto di rottura che impone interventi strutturali oltre che emergenziali. Le vongole sono completamente scomparse e la situazione è comune a Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Oggi abbiamo 163 barche ferme e un indotto di circa mille persone coinvolte da questa crisi». La moria dei molluschi, soffocati per mancanza di ossigeno dal deposito delle masse gelatinose e dal perdurare delle alte temperature, avrebbe raggiunto il 90 se non il 100 per cento del totale. Senza dimenticare le ricadute operative del fenomeno per gli stessi pescatori: le mucillagini hanno progressivamente ostruito gli strumenti di pesca, rendendo pressoché inutilizzabili gli attrezzi di cattura.
«C’è una leggera ripresa nelle ultime settimane, ma i danni sono stati comunque devastanti – aggiunge Massimo Pedronetto, presidente del Consorzio Bivalvi di Venezia, realtà che assieme all’omologo Consorzio di Chioggia riunisce oltre 160 associati – A essere colpite sono state soprattutto le vongole, perché si pescano entro un miglio dalla costa dove le mucillagini si addensano. È andata un po’ meglio per chi cerca i fasolari, in quanto si trovano in mare aperto, ad almeno 7-8 miglia dalla costa. Chiediamo supporto a tutte le istituzioni, vista appunto l’entità dell’indotto: tra i pescatori veri e propri, chi trasporta il pescato e chi lo distribuisce, ci sono parecchie famiglie che rischiano a livello economico. Se poi proibiranno del tutto l’attività di pesca per tutelare la fauna marina, cosa faranno? Nel frattempo, qualche operatore ha già cambiato lavoro, qualcun altro è prossimo alla pensione».
Il problema era già stato trattato a livello nazionale: con decreto del 12 marzo 2025 il Ministero dell’agricoltura aveva dichiarato l’eccezionalità dell’evento, qualificandolo come calamità naturale. Dal canto suo, la Regione precisa di aver attivato le procedure di accesso al Fondo di solidarietà nazionale della pesca e dell’acquacoltura a beneficio delle imprese. «Il riconoscimento della calamità è un passaggio fondamentale – continua Bond– ma ora servono risorse adeguate». Il prossimo passaggio sarà bussare alle porte dell’Unione Europea, soprattutto in considerazione della prevista riduzione dei fondi per la pesca (Feampa) dal 2028. Per esempio, per avere accesso alle risorse del Regolamento Ue 2024/1991 (Nature Restoration Law), per il ripristino degli ecosistemi degradati su terra e mare. Per l’assessore occorrerà pure una diversificazione produttiva a livello di acquacoltura, per intercettare altri progetti Ue.
Le mucillagini marine sono aggregati gelatinosi naturali composti da polisaccaridi, proteine, microrganismi e detriti, prodotti soprattutto da microalghe e batteri. Si formano più facilmente con alte temperature e scarse correnti, condizioni accentuate dai cambiamenti climatici.