Storie
Consumati dal tempo, eppure visibili. Sul vecchio pavimento del magazzino di villa Pugnalin, oggi Mella, ad Arsego di San Giorgio delle Pertiche, sono ancora riconoscibili i punti consumati dai piedini di centouno letti. Tracce, sopravvissute più di un secolo, di un ospedale militare allestito dal 1915 al 1919.
Nel cuore della campagna padovana, mentre l’Italia veniva travolta dalla Prima guerra mondiale, una giovane donna trasformò una casa colonica in un ospedale per soldati feriti. La sua storia attraversa una delle pagine meno raccontate del Novecento italiano: quella delle crocerossine, donne che operano lontano dalle trincee, ma dentro la tragedia della guerra, restituendo dignità e umanità a migliaia di uomini feriti, malati, soli.
Il suo nome è Emma Pellegrini. Ha poco più di vent’anni quando sposa Raffaele Pugnalin Valsecchi, figura centrale della vita civile del Camposampierese. Uomo riservato, pragmatico, impegnato nell’amministrazione pubblica (sindaco dal 1905 al 1912 e successivamente podestà dal 1927 al 1939) e nello sviluppo sociale del territorio, Raffaele crede nel progresso delle campagne e nella formazione delle classi rurali. Accanto a lui, Emma conduce una vita serena con le figlie Letizia ed Elena, come riportato nei giornali e documenti dell’epoca, ma anche dai pronipoti.
Fino a quando scoppia la guerra. Prima che nei campi di battaglia il conflitto entra nelle case, portando angoscia e paura. Migliaia di giovani partono per il fronte lasciando famiglie e campagne improvvisamente svuotate.
Emma, ricordata da tutti come una donna generosa, mite e al tempo stesso tenace e decisa, sente l’urgenza di agire. Entra così nel Comitato di Padova della Croce Rossa Italiana come dama infermiera volontaria. Ma non le basta. I bollettini dal fronte, le offensive sull’Isonzo e sull’Altopiano, il numero crescente di caduti la tormentano. è in quel momento che, insieme al marito, compie una scelta straordinaria: trasformare la loro casa prima in convalescenziario militare e poi in ospedale gestito dalla Croce Rossa. In appena due mesi la proprietà, al cui interno ci sono anche un giardino e una chiesetta dedicata alla Madonna della Salute, viene completamente trasformata. Si mettono in piedi uffici, refettori e cucine. Nel salone, lungo 45 metri e largo 10, trovano posti centouno letti. Ordinati in quattro file perfette, ciascuno con coperte contrassegnate dal tricolore e dallo stemma della Croce Rossa. Attigua c’è la camera di medicazione, arredata e provvista di tutto. Vengono installati caloriferi, sistemi di ventilazione, illuminazione a carburo. Emma segue personalmente ogni dettaglio: il guardaroba, le lenzuola, gli indumenti, i pigiami, la cucina, le scorte di legna e carbone. Nulla è lasciato al caso. Non si tratta soltanto di allestire una struttura sanitaria, ma di costruire un ambiente capace di restituire dignità a uomini travolti dalla guerra.
Nel settembre del 1915 arrivano le prime ambulanze. Barella dopo barella entrano soldati feriti, mutilati, febbricitanti. Fanti, alpini, artiglieri provenienti dai fronti più duri del conflitto. Per molti di loro quell’ospedale immerso nella campagna padovana rappresentò una sospensione dalla brutalità della guerra. Lo chiamano “il Paradiso”.
Tra il 1915 e il 1919 sono 25.874 le presenze registrate in quelle stanze. Emma assiste tutti con la stessa attenzione, soprattutto i più giovani. Ragazzi catapultati dal mondo contadino o dalle periferie urbane ai quali era stato insegnato che «era dolce morire per la patria».
È in questa dimensione intima e quotidiana che la storia di Emma racconta anche il ruolo decisivo delle donne durante il Primo conflitto mondiale: anche se non sono combattenti armate, diventano le protagoniste di una rete di assistenza e organizzazione senza la quale il sistema sanitario militare italiano non avrebbe retto l’impatto del conflitto. Medicano ferite, distribuiscono pasti, assistono i mutilati, scrivono lettere sotto dettatura per i soldati che non riescono a tenere una penna in mano. Ma soprattutto offrono conforto a ragazzi lontani da casa e dalle loro famiglie.
La sua scelta racconta qualcosa di più profondo e universale: la necessità di preservare umanità dentro la devastazione. Emma non fu soltanto una volontaria della Croce Rossa, ma una donna che scelse di opporsi alla disumanizzazione della guerra attraverso la cura. In un tempo dominato dalla retorica patriottica e dalle celebrazioni militari, decide di guardare non alle uniformi o alle medaglie, ma ai volti dei ragazzi, figli lontani da casa, giovani vite affidate alle sue mani.
Nel settembre 1917, come infermiera volontaria della Croce Rossa, viene insignita della medaglia militare al merito «… per essere stata un angelo di amore e di carità con le sue assidue e affettuose cure per non far risentire agli infermi l’assenza delle madri, delle sorelle, delle mogli». A distanza di oltre un secolo, la memoria di questa donna e crocerossina continua a parlare al presente come testimonianza concreta di responsabilità e compassione.
Nata ufficialmente nel 1908, grazie all’esperienza avviata a Milano da Rita Camperio Meyer, negli anni in cui scoppia il primo conflitto mondiale, la Croce Rossa inizia a formare donne destinate all’assistenza sanitaria in tempo di guerra. All’appello rispondono in diecimila.
Provengono da ambienti diversi, senza distinzione di ceto sociale e di età. Sono impegnate negli ospedali territoriali, nei treni attrezzati e nelle strutture da campo.
A loro vengono richieste disciplina, riservatezza, obbedienza, spirito di sacrificio e carità. Il Comitato di Padova conta in quegli anni 101 infermiere.

Emma e il marito non dimenticano la comunità locale. Raffaele Pugnalin Valsecchi, tra i fondatori dell’ospedale di Camposampiero, è impegnato nella diffusione delle cooperative e nel progresso delle classi rurali. Ad Arsego fa costruire un teatro dove gli uomini partecipano a conferenze delle cattedre ambulanti di agricoltura e apprendono nuove migliorie per i campi, le stalle e le colture.
Nata ufficialmente nel 1908, grazie all’esperienza avviata a Milano da Rita Camperio Meyer, negli anni in cui scoppia il primo conflitto mondiale, la Croce Rossa inizia a formare donne destinate all’assistenza sanitaria in tempo di guerra. All’appello rispondono in diecimila.
Provengono da ambienti diversi, senza distinzione di ceto sociale e di età. Sono impegnate negli ospedali territoriali, nei treni attrezzati e nelle strutture da campo.
A loro vengono richieste disciplina, riservatezza, obbedienza, spirito di sacrificio e carità. Il Comitato di Padova conta in quegli anni 101 infermiere.