Storie
La sua prossima opera sarà un pesce in un bosco. Marisa Merlin è un’artista che realizza soprattutto installazioni; ha iniziato con la pittura e i suoi soggetti erano gli animali della fattoria: galline, maiali, mucche, ma poi la sua arte ha preso un’altra strada.
«Non faccio più mostre da tanto tempo perché mi dedico a delle residenze artistiche per fare esposizioni di land art o di arte urbana e lo farò finché ne avrò l’energia, perché mi pace molto lavorare nell’ambiente e relazionarmi con lo spazio, con la società, con quello che ho intorno. Mi piace che la mia opera sia in relazione con il posto dove sono, che ci sia un legame: in genere boschi, giardini, parchi pubblici, ma anche centro città. Per realizzare la mia opera uso quello che c’è sul posto. Il filo conduttore della mia riflessione, che dà il senso del mio agire, è da sempre il tema dell’ambiente in tutte le sue implicazioni e le mie opere sono frutto di una rielaborazione e reinterpretazione delle istanze ambientali e sociali del luogo dove intervengo».
Che sia un porto in Cile, il mare a Taiwan, un bosco in Trentino, Marisa Merlin entra in relazione con il luogo e specialmente con chi ci vive, per realizzare un’opera che sia in equilibrio: «Gli abitanti del posto spesso intervengono. In Cile ho lavorato con un gruppo di donne delle favelas e loro stesse hanno realizzato parti dell’opera ed erano felicissime perché nella quotidianità dicono di essere invisibili mentre con questo intervento hanno affermato di esistere».
Era il periodo del Covid e l’artista era ad Antofagasta per partecipare alla Biennale “Saco9” con l’installazione Circulo Abierto
(“Circolo Aperto”); l’opera è composta da due semicerchi perché è sul porto, un posto di passaggio, ed è costruita con delle sedie legate tra loro con pezzi di tessuto che erano i vestiti delle donne. Così il
Circulo Abierto racconta storie di donne che lavorano nelle miniere, di gente nata in villaggi che non esistono perché nascono e muoiono con le miniere stesse, e solo un numero identifica un luogo. «Le donne lavoravano tutto il giorno, poi aiutavano me e la sera preparavano il pasto per tutti; erano migranti dai vari Paesi sudamericani. Sono storie difficili da capire fino in fondo perché è complesso per noi capire il senso della frase “non sono nata da nessuna parte”, ma il lavoro di legatura che abbiamo fatto tutte insieme ha creato legami, suscitato emozioni molto forti». Del resto è questa la funzione dell’arte: suscitare emozioni, far emergere realtà, mostrare possibilità altre dal quotidiano.
«Utilizzo medium e tecniche di espressione diversi, ma preferibilmente realizzo installazioni site-specific in spazi pubblici, sia naturali che urbani, per costruire una relazione con l’ambiente circostante e i suoi abitanti, per meglio aderire al luogo e coinvolgere così le persone a più livelli. Dove possibile, coinvolgo le comunità locali che diventano così parte dell’opera, suggerendo un legame inscindibile tra l’installazione e le persone che in vari modi hanno contribuito a darle esistenza, presenza e significato».
Emblematica è l’opera Earth (“Terra”) che Marisa Merlin ha realizzato per il Cheng-Long Wetlands International land art project, un progetto internazionale dedicato a sculture perfettamente in dialogo con l’ambiente, intitolato “Fragile-
Handle with care” (Fragile-Maneggiare con cura), che si tiene nella contea di Yunlin a Taiwan, dove il mare ha sommerso le campagne e i contadini si sono trasformati in allevatori di pesci, ostriche in particolare, e con 440 sacchi di conchiglie di ostriche l’artista ha realizzato la scritta “Terra” in mezzo all’acqua, in caratteri cinesi, lunga trenta metri: «Qui gli abitanti hanno perso tutto, era un villaggio poverissimo, ma hanno scelto di investire nell’arte e ogni anno per nove anni – il 9 è considerato un numero fortunato – hanno chiamato artisti da tutto il mondo per fare delle installazioni d’arte in questo posto che non riconoscevano più. “Abbiamo bisogno degli occhi degli artisti per vedere il posto perché non riusciamo a rivederlo e per poterci vivere, perché ci sia una buona relazione, abbiamo bisogno di questi sguardi” ci dicevano. E dopo i nove anni, hanno organizzato un convegno e richiamato tutti gli artisti per capire insieme cosa era stato realizzato. Io ho vinto il bando due volte, la seconda volta ho costruito nove ponti in bambù con la tecnica del ponte auto portante inventata da Leonardo da Vinci. Il progetto è piaciuto perché subito dei ragazzi si sono sistemati sui ponti a fare musica. Sono molto contenta di questa esperienza anche perché hanno deciso di conservare il progetto Earth».
Le installazioni di Marisa, infatti, non sono “per sempre” perché in genere sono realizzate con materiali che si deteriorano nel tempo e tornano natura: «Le opere spariscono, ma questo mi piace perché sono fatte così e perché non sono un monumento che urla “io sono qui”. Non occupo uno spazio, creo un’invasione temporanea rispettosa del posto e la natura poi si ripiglia lo spazio. Non seguo uno “stile”, ma perseguo il significato. Ogni installazione ha una sua narrazione, è un capitolo a sé come in un libro di racconti, pur restando in rapporto con le altre. Perciò porto avanti progetti anche di lunga durata già iniziati in Paesi e situazioni diversi, soprattutto sugli ormai urgentissimi temi ambientali».
Per questo il semicerchio con le sedie – di legno e stoffa, di rami, di metallo e corde – Marisa l’ha realizzato nei boschi del Trentino, in Cile, in Turchia, perché sedersi insieme e contribuire alla realizzazione dell’opera, crea legami che restano.
Nell’autunno scorso, Merlin ha partecipato alla prima Biennale di Lefkosa, a Cipro Nord, la parte turca dell’isola, e il tema era “Compassione”: «Siamo spesso sommersi da un consumo eccessivo di immagini, soprattutto di dolore, che rischia di creare una barriera di abitudine, allontanandoci dalla verità delle cose, in particolare dalla devastazione e dalle atrocità perpetrate dagli esseri umani su altri esseri umani. Le immagini sono certamente necessarie per accrescere la nostra consapevolezza, ma spesso attiviamo un muro di autodifesa emotiva se non riusciamo a salvaguardare la nostra naturale empatia, ovvero la capacità di metterci nei panni degli altri. L’empatia consente la formazione di comunità, società e nazioni». È questo il pensiero di Marisa alla base dell’opera Camminare nelle scarpe degli altri composta da più di cento forme di piedi distribuite in una ex chiesa armena: «Siamo nel cuore del Mediterraneo, impossibile non pensare a chi lo attraversa alla ricerca di futuro».
La prossima opera sarà un’installazione anamorfica in una fattoria con ragazzi con sindrome di Down nella Savoia francese, composta da tre elementi che solo guardati da un punto preciso fanno vedere un pesce: il pesce nel bosco.
Marisa Merlin, polesana di origine, opera a Padova dagli anni Settanta. Volendo coinvolgere anche altri artisti in un confronto sulle tematiche ambientali, ha dato vita a Padova alla Rassegna Internazionale RicCAA (Riciclarti-Cantiere Arte Ambientale) di cui ha curato le cinque edizioni a partire dal 2008 con un progetto articolato che ha coinvolto artisti e designer internazionali, istituzioni, università, scuole, aziende, personalità del mondo dell’arte e della cultura, oltre alle migliaia di visitatori.
Il filo conduttore della riflessione di Merlin è il tema dell’ambiente e da decenni conduce laboratori di educazione ambientale attraverso i linguaggi dell’arte, sia in Italia che all’estero, per studenti e persone «di ogni età e abilità».