Fatti
L’Italia si sta de-industrializzando. Dopo aver quasi cancellato l’agricoltura (che occupa ormai solo 3 lavoratori su 100), il nostro Paese sta seguendo il destino di buona parte d’Europa: la rapida chiusura dei suoi asset industriali, per consegnarsi mani e piedi al cosiddetto terziario.
Un po’ ci ha messo di suo – vedi il disastro combinato con l’Ilva di Taranto, ormai in coma irreversibile, o l’addio a molte raffinerie e industrie chimiche –, molto è stato frutto dapprima della globalizzazione, con il trasferimento all’estero di tantissime fabbriche. Il colpo finale arriva adesso dalla Cina: un colosso industriale che ha smesso di copiare o di servire e ora vuole prendersi tutto il piatto. Entro dieci anni avrà in mano il settore automobilistico; ce ne vorranno meno per conquistare quello degli elettrodomestici, dopo quello dei condizionatori, delle pompe di calore, delle bici, dei pannelli fotovoltaici, degli pneumatici, delle batterie…
Risultato: la svedese Electrolux vuole ridurre drasticamente i suoi stabilimenti veneti, mandando a casa 1.700 addetti. È l’ultima fase di una ritirata che può venire arginata solo sostituendo i vecchi padroni con quelli nuovi, appunto i cinesi.
L’industria automobilistica italiana – ormai inferiore pure a quella slovacca o serba – sforna poco più di 300mila automezzi in un anno, contro il milione che qualcuno nei piani ministeriali sognava fino a due anni fa e il milione 870mila auto del 1990. Le fabbriche Stellantis sono ferme o sottoutilizzate, il futuro prossimo sembra ancora più nero. Da qui la ricerca di un costruttore cinese che le utilizzi (e con esse la manodopera) per realizzare auto che aggirino i dazi d’importazione. Vediamo cosa succederà.
Nel frattempo sta sviluppandosi alla velocità della luce un’archeologia industriale che interessa migliaia di fabbriche e capannoni oramai in disuso. Dalle enormi aree industriali del Milanese riconvertite a centri commerciali, edilizia di pregio, uffici per start up, alla selva di capannoni del Nordest che hanno visto nascere e tramontare tante piccole e medie aziende. Immobili che hanno un valore teorico, se non fosse che manca quasi completamente una domanda in tal senso.
Tra l’altro risulta difficile riqualificare o riutilizzare vecchie strutture spesso non in linea con tutta la normativa (sicurezza, amianto, antisismica, impianti e cabine elettriche vetuste…), con il pessimo risultato che spesso ad un’azienda in crescita conviene costruire ex novo come e dove più le aggrada, piuttosto che recuperare vecchie strutture.
In alcune città le aree industriali erano e sono a ridosso dei centri, quindi in qualche modo recuperabili: un supermercato, un outlet, due nuovi condomini. Ma la maggior parte – almeno al Nord – sta “fuori”, e ogni paese ne ha una di sua. Triste cemento che ci ricorda un’epoca economica e sociale ormai tramontata. Come la classe operaia, ormai andata quasi tutta in paradiso.