Fatti
Per lungo tempo Giorgia Meloni è stata criticata per una mancanza di occasioni di confronto pubblico, a vantaggio di una comunicazione – come dicono gli esperti – unidirezionale. Meglio diffondere un video che affrontare una conferenza stampa, insomma. Di recente, però, sembra esserci stata una svolta: prima due incontri con i giornalisti al termine di altrettanti consigli dei ministri, poi un “premier question time” in Senato. Difficile non collegare questo cambio di strategia comunicativa all’inizio di una lunga fase preelettorale. La presidente del Consiglio è apparsa consapevole che le sorti del suo partito e della sua coalizione politica sono strettamente legate alla sua personale capacità di leadership. Capacità che ha subìto il primo scossone con la vistosa sconfitta nel referendum e ha dovuto fare i conti con i nodi del rapporto con un Trump sempre più inviso all’opinione pubblica. Per riprendere slancio, quindi, si è gettata direttamente nella mischia, con una doppia accentuazione: da un lato il tentativo di mostrarsi aperta al dialogo con le opposizioni, dall’altro un cambio di passo sulle priorità programmatiche.
Sul primo aspetto, c’è da dire che la mossa è in sé ampiamente condivisibile, ma è veramente arduo pensare che dopo quasi quattro anni di autoreferenzialità politica le opposizioni possano accettare di dialogare proprio quando all’orizzonte si affacciano le elezioni. Tal che la mossa sembra destinata più che altro a dare alla premier un profilo meno divisivo piuttosto che a ottenere un risultato concreto.
Sul secondo aspetto c’è da registrare che l’intervento in Senato ha segnato un’attenuazione dei temi più esplicitamente securitari a vantaggio di quelli socio-economici. Purtroppo la cronaca non dà tregua e ancora non sappiamo se questa tendenza sarà bloccata e invertita da fatti gravissimi come quello di Modena. Nella maggioranza si è come al solito distinto Matteo Salvini pronto a cavalcare tutto ciò che possa essere utilizzato in chiave anti-immigrati a prescindere dallo specifico profilo degli eventi.
Se Giorgia Meloni si gioca la carta della sua leadership dipende anche dal fatto che su questo terreno le opposizioni sono in chiaro svantaggio. Non solo non hanno una leadership condivisa, ma non condividono neanche le procedure per esprimerla. Giuseppe Conte vorrebbe le primarie perché è convinto che prevarrebbe nei confronti di Eddy Schlein, quest’ultima ritiene di poter far valere la circostanza di essere la guida di quello che è di gran lunga il maggior partito della futura coalizione. Molto dipenderà dalla legge elettorale. Se dovesse passare il testo presentato dalla maggioranza che prevede l’indicazione del capo della coalizione, immediatamente Conte chiederebbe le primarie e per la leader del Pd sarebbe molto problematico sottrarsi.
Quanto ai temi programmatici, il nascente “campo largo” farebbe bene a concentrarsi sulle priorità sociali ed economiche su cui parte meglio posizionato della maggioranza, se non altro per non aver dovuto governare in questi anni e quindi non dovendo dare conto delle difficoltà in cui si dibattono le famiglie italiane. Ma una proposta articolata e credibile dovrà comunque presentarla.