Idee
Il Palazzo del Monte di Pietà, ancora oggi sede della Fondazione Cariparo, si offre rivestito di luce dopo una lunga mattinata di pioggia. Da secoli veglia accanto alla cattedrale, in dialogo silenzioso con essa: l’una custode delle anime, l’altro delle fortune più materiali dei padovani. È qui che ci attende un signore classe 1939, vigoroso nella postura e lucido nelle analisi, per la sua ultima intervista da presidente. Alla domanda su come preferisca essere chiamato risponde sorridendo: «Professore, grazie. Quello lo si resta per sempre, mentre presidenti si è per un tempo limitato. Se però vuole mi chiami semplicemente Gilberto Muraro».
Nella sua lettera aperta di fine mandato lei parla della Fondazione come un’istituzione chiamata a custodire un patrimonio e a trasmetterlo alle generazioni future.
«È il concetto di sostenibilità, nell’economia come nell’ambiente: non privarsi del futuro in nome del presente. Nel nostro caso specifico significa garantire le risorse per continuare a erogare servizi non inferiori a quelli di cui godiamo oggi. È il primo dovere implicito di ogni fondazione e, guardando in retrospettiva, nonostante le difficoltà, ci siamo riusciti, accrescendo in questi anni il valore reale del nostro patrimonio».
Tra le difficoltà c’è stato il Covid, arrivato al secondo anno del suo mandato…
«Un momento molto triste, al quale la Fondazione ha saputo dare una risposta coesa e immediata: abbiamo subito modificato i programmi, procrastinando tutto il procrastinabile per fare spazio all’emergenza. Ricordo due esempi emblematici. Il primo: l’organizzazione dell’assistenza diretta – pasti e medicine – a famiglie bisognose e a persone sole attraverso Caritas, Comunità di Sant’Egidio e Comune di Padova. Una mini-cordata che ha potuto agire rapidamente proprio perché siamo un ente privato. Il secondo: l’aiuto immediato alle case di riposo, tra le più colpite».
Un progetto a cui si sente legato?
«La Fondazione Oggi e Domani, nata per occuparsi del “dopo di noi”, con particolare riguardo alle persone con disabilità mentali. Siamo riusciti a rompere un po’ il muro di omertà attorno a quel mondo e a costruire un patto operativo con le famiglie, con un’iniziativa che in pochi anni si è affermata come riferimento in Veneto».
Nella lettera aperta rivendica anche le piccole erogazioni, i cosiddetti “contributi a pioggia”.
«Ho fatto un calcolo semplice: nei miei otto anni le prestazioni sotto i diecimila euro ammontano al 2,7 per cento della spesa complessiva. Avremmo potuto investire tutto in grandi progetti, ma questo avrebbe sostanzialmente significato la distruzione del volontariato, perché queste donazioni alimentano soprattutto il Terzo settore».
In quasi cinquant’anni ha ricoperto molti ruoli pubblici: docente e rettore dell’Università di Padova, incarichi in diverse società, fino alla presidenza della Fondazione. C’è un filo rosso che lega queste esperienze?
«La mia storia professionale è singolare. Fino a quarant’anni sono stato un topo di biblioteca; la mia materia, l’economia pubblica, era affascinante: nel dopoguerra è esplosa la spesa pubblica, cambiando radicalmente il rapporto tra Stato e mercato. Poi un giorno è arrivata una telefonata di quello che era stato mio primo laureando: Gianni Mion, diventato funzionario alla Gepi spa (finanziaria pubblica costituita per salvare le aziende private in crisi, ndr), mi invitava a rappresentare l’azionista pubblico in società private da risanare e restituire al mercato. Risposi che non mi sentivo preparato: lui mi disse che, se ci avessi messo la stessa serietà con cui avevo seguito la sua tesi, i risultati sarebbero arrivati. Accettai quasi per caso e scoprii di avere un talento per organizzare, ascoltare e fare sintesi».
Da dove nasce questa idea di responsabilità pubblica? Famiglia, scuola, incontri?
«Non credo che radici familiari o sociali abbiano orientato in modo preciso il mio percorso di vita. Mio padre faceva il commerciante, mia madre era casalinga, io ero il quarto di cinque fratelli: una buona famiglia piccolo-borghese. Vivevamo nella religione del lavoro: forse anche eccessiva, chi lo sa, però era qualcosa che plasmava la vita. Il nostro era un mondo povero ma promettente: crescevamo con l’idea che ci fosse posto per tutti, e così è stato. Il prezzo però era il duro lavoro: nessuno si sognava scorciatoie».
Nei suoi interventi emerge il tema del bene comune. Come ha visto evolversi questa idea?
«Sono figlio dell’espansione della spesa pubblica nel secondo dopoguerra: il welfare state, la crescita dei diritti, il riconoscimento collettivo della necessità di pensare a un bene comune. Poi è arrivata la globalizzazione, con la crescita diffusa e la riduzione della povertà assoluta nel mondo, ma anche – paradosso lacerante – crescenti disuguaglianze all’interno dei singoli Paesi, oggi arrivate a livelli intollerabili, per usare un termine caro a papa Francesco. Infine la stagione che stiamo vivendo, nella quale il forte indebitamento restringe il welfare e rimette al centro il volontariato e la comunità solidale. Nel momento in cui lo Stato non riesce più a fare tutto, bisogna che entri in campo la comunità. Anche perché una società ingiusta è anche una società instabile».
Guardando oggi al territorio, cosa la rende fiducioso e cosa invece la preoccupa?
«Ci sono luci e ombre. Da una parte il Nord-est ha guadagnato importanza, fino a formare con Lombardia ed Emilia-Romagna un triangolo produttivo che ha preso il posto di quello
Milano-Torino-Genova. La punta veneta è però ancora incerta: l’area metropolitana Padova-Vicenza-Treviso-Venezia esiste nei fatti, ma non
si è ancora data istituzioni adeguate. E i giovani continuano ad andarsene: non solo verso la Lombardia, ma adesso anche verso l’Emilia-Romagna. La soluzione però non può venire dalle sole
istituzioni: anche l’industria veneta, vitale ma ancora troppo legata alla piccola dimensione, deve crescere per offrire posti allettanti ai talenti. L’Università di Padova da questo punto di vista sta facendo la sua parte, portando la quota di studenti stranieri dall’1 al 14 per cento. Un risultato straordinario».
Cosa consiglierebbe a un giovane oggi?
«Appartengo alla generazione che non possedeva nulla, ma aveva il mondo ai suoi piedi. Oggi i giovani hanno più soldi in tasca, ma a che servono senza prospettive? La ricetta resta quella di sempre: studiare bene, trovare il gusto di imparare. Non potremo mai competere con i Paesi emergenti sul costo del lavoro: dobbiamo farlo sulla materia grigia. Bisogna essere pronti alla sfida dell’intelligenza artificiale e abituarsi a un mondo che richiede aggiornamento continuo».
Tornando alla Fondazione, cosa vorrebbe che rimanesse di questi anni?
«Non credo di aver fatto nulla di eclatante; non lascio una grande opera con il mio nome inciso nella pietra. L’eredità, semmai, è di metodo: ascoltare tutti, decidere in autonomia, lavorare per
una società sostenibile, solidale, inclusiva e innovativa».
Come immagina il tempo che adesso le si apre?
«Ho tante buone letture da recuperare, e un tema intellettuale che mi attrae: i rapporti tra centro e periferia, tra Regioni e Stato, tra Italia ed Europa. Credo in un mondo in cui l’Europa e le Regioni contino molto di più, lo Stato centrale molto meno. Viviamo una contraddizione ineliminabile: da una parte la crescita chiede di concentrare risorse dove le cose marciano meglio, dall’altra la redistribuzione chiede il contrario. Bisogna trovare una sintesi. Quella costruita dalla nostra Costituzione dopo la riforma del 2001 mi piaceva, ma si è persa. È un terreno sul quale mi piacerebbe tornare a riflettere».
«Non tutti ancora oggi comprendono il ruolo di un corpo intermedio come le fondazioni, istituzioni di diritto privato ma sui generis, in quanto sottoposte alla vigilanza del Ministero dell’economia e normate da una legge specifica – sottolinea Muraro – Nate negli anni Novanta dalla separazione tra la parte commerciale e quella erogativa delle casse di risparmio, le fondazioni hanno una propria rappresentanza radicata nel territorio ma autonoma dalla politica. Il modello, voluto da Amato, Carli e Ciampi risponde a una logica di democrazia liberale: una società è più ricca quando ci sono più poteri che si mettono insieme per fare sinergie, controllandosi al tempo stesso a vicenda».
Lo scorso 12 maggio, il consiglio generale della Fondazione Cariparo (Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo), con voto unanime, ha nominato Rosario Rizzuto nuovo presidente per il mandato 2026-2032. Succede a Gilberto Muraro, al termine dei due mandati.