Storie
Un grande dell’archeologia britannica, sir Robert Wheeler diceva «non scaviamo oggetti, ma esseri umani». E questo è certamente il pensiero che sostiene da sempre il lavoro di Angela Ruta Serafini, archeologa da tutta la vita e che oggi, nonostante sia in pensione dal 2009, scava, cura mostre e scrive libri.
«Sono pugliese, di Vasto, e all’inizio mi piaceva l’archeologia greca della quale poi non mi sono mai occupata perché sono venuta a Padova. All’università c’erano cinque corsi diversi di archeologia e ho capito che questa disciplina è vasta e che a me piaceva molto quella orientale, però poi quando ho cominciato a studiare quella dell’Italia pre-romana mi sono immersa in questo settore e ho chiesto la tesi alla professoressa Giulia Fogolari, grande veneziana, docente di Etruscologia e di antichità italiche. Lei mi ha offerto qualche collaborazione gratuita e a quel punto mio padre mi disse: “Vuoi fare l’archeologa? Va bene, però ti prendi l’abilitazione per l’insegnamento perché ‘un pezzo di carta ci deve essere di riserva’. Facevo una vita pazzesca: andavo a scavare nella Bassa Veronese, prendevo il treno Monselice-Mantova e scendevo a Castel d’Ario, lontanissimo, per il mio primo scavo, ma contemporaneamente seguivo i corsi abilitanti per prendere un’abilitazione che non ho mai usato. Però ho fatto i concorsi e con un pizzico di fortuna sono entrata in Soprintendenza molto presto, a 25 anni. Ero molto giovane, ma avevo già all’attivo degli scavi e delle catalogazioni». E da lì parte una carriera di studio, ricerca sul campo e, soprattutto, passione.
«Se guardo con occhio critico i professori o i capi che ho avuto, devo dire che mi hanno accolta bene, ma che hanno sempre discriminato le donne, eppure le archeologhe sono tantissime. Ero anticonformista e considerata una barricadera, ma sono stata accettata per la mia “capa tosta”, la mia voglia di lavorare. In quegli anni per me è stato molto importante fare un lavoro pratico: studiavo alla scuola di specializzazione a Pisa, ma erano anni in cui non si anteponeva allo studio teorico quello pratico, quello dei materiali, però portavo avanti, come si diceva allora, la linea della “cultura materiale” che in quegli anni è venuta in auge: studiavo i cocci, non i capitelli decorati, i grandi pezzi dell’archeologia ufficiale, ma il modesto coccio da attaccare con l’altro coccio da inventariare e con questa pratica ti leghi in modo forte a questi materiali modesti, ma significativi. Ho avuto un percorso pragmatico e poi dallo studio degli abitati, del quotidiano, sono passata a scavare e studiare le tombe. È un mondo molto complesso quello delle tombe: ti danno la possibilità di tentare di cercare di ricostruire quella che era l’identità di queste persone. Per questo adesso studio le tombe».
Un’attività che negli anni le ha consentito di fornire contributi determinanti alla conoscenza della ritualità funeraria e non solo. Oggi che dovrebbe godersi la pensione Angela Ruta a Este sta lavorando a 155 tombe sotto la casa di riposo, le ultime di un numero stratosferico scavato da fine Ottocento e a Padova alla necropoli di via Tiepolo di 4.500 metri quadri e la necropoli Emo Capodilista.
«Che cos’è l’archeologia? Per me è una scommessa di quanto si può comunicare alle persone. Bisogna però mettersi dalla parte dei visitatori nel museo, non puoi arroccarti sui tuoi saperi perché allora non sei un divulgatore. Este è stata fondamentale come esperienza: mi ha consentito di mettermi dalla parte del visitatore per comunicargli che gli oggetti rappresentano persone, vite, vite che non sono così lontane da noi come si potrebbe pensare» analizza l’archeologa parlando del suo lavoro di direttore del museo nazionale Atestino di Este dal 1992 al 2009, continuando anche il suo lavoro con la Soprintendenza: «Dai primi anni Ottanta fino alla pensione sono stata l’archeologa di Padova. Seguivo tutti i cantieri: dallo scavo di una fossa ascensore alle necropoli. Grazie al piano regolatore per tutti i progetti di scavo dentro le mura del ‘500, superiori a 80 centimetri, è previsto lo scavo archeologico e oggi non ci sono più sorprese perché ci sono gli strumenti per capire cosa si troverà. L’archeologia oggi è un insieme di scienze che forniscono la determinazione antropologica dei resti degli scheletri: con gli isotopi dello stronzio ricostruisci dove una persona è nata, dove ha vissuto e dove è morta, con la gascromatografia sulle croste dei vasi riesci a studiare cosa è stato contenuto o cotto in quel recipiente».
La sua è una lettura archeologica di tipo antropologico e nel suo ultimo volume – Sono così. Le donne nel Veneto preromano – Ruta con una scrittura coinvolgente, usando le più recenti scoperte archeologiche, ci mostra un universo in gran parte sconosciuto.
Molte le mostre e i musei che ha curato. Su tutti spicca “Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi” nel palazzo della Ragione a Padova (nel 2013) e in questo periodo la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” allestita a Venezia nel Palazzo Ducale.
Ha diretto scavi nel territorio veneto e nei centri urbani di Oderzo, Padova, Este sui cui risultati ha organizzato mostre e cataloghi. Ha pubblicato circa centocinquanta titoli. Accanto alle problematiche legate alla ricerca sul campo, ha sviluppato temi riguardanti il primo millennio a.C., i rituali funerari, la formazione e trasformazione urbana, gli aspetti del sacro, il celtismo. Da direttrice del museo nazionale Atestino ha ideato e organizzato esposizioni, attività didattiche, visite tematiche, presentazioni, con attenzione alla comunicazione, per la promozione del turismo culturale.

La mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” allestita a palazzo Ducale fino al 29 settembre, offre un confronto inedito tra due grandi civiltà dell’Italia pre-romana, Etruschi e Veneti, indagando il ruolo fondativo dell’acqua nel mondo del sacro e nello sviluppo delle società del primo millennio avanti Cristo. In mostra reperti archeologici di grandissimo valore.