Idee
Il 2 e 3 giugno 1946, gli italiani vennero chiamati alle urne dopo la fine del Ventennio fascista e della Seconda guerra mondiale. In gioco c’era la forma di stato da dare all’Italia, mantenere la Monarchia o scegliere la Repubblica, oltre all’elezione dei membri dell’Assemblea Costituente.
Repubblica figlia della Resistenza?
Si sente spesso dire che la Repubblica è figlia della Resistenza. Ma la posizione sia delle formazioni partigiane sia dei partiti non era affatto così compatta nell’orientamento di voto. Alcuni capi partigiani erano dichiaratamente monarchici come il maggiore Enrico Martini, e anche tra le file del Partito d’Azione (PdA), c’era un personaggio di primo piano come Ferruccio Parri ancora molto sensibile ai valori della Monarchia.
La priorità delle migliaia di giovani e meno giovani che scelsero la clandestinità non era la decisione sulla questione istituzionale, ma la lotta contro l’occupazione nazista e contro il fascismo. Possiamo dire che la questione istituzionale fu pressoché assente dalle motivazioni della scelta armata e nessuno o quasi si gettò nella lotta pro Repubblica o pro Monarchia. Inoltre su tutto, e pure sulla questione istituzionale, bisognava confrontarsi anche con gli Alleati angloamericani, che al loro interno erano divisi, con un Roosevelt più propenso a spianare la strada alla Repubblica e un Churchill che cercava di salvare la dinastia dei Savoia, ritenendola l’unica garante affidabile per il presente, ma anche per il futuro.
Da che parte stavano i partiti?
La posizione dei partiti era differenziata. Il PdA ebbe chiara sin dall’inizio la questione istituzionale. Il futuro dell’Italia sarebbe stato Repubblicano, così come avevano voluto i suoi fondatori che già nel nome dichiaravano l’ispirazione mazziniana. Una posizione questa che gli azionisti cercavano di far passare anche a livello internazionale.
Accanto agli azionisti, il partito che più si batté per la Repubblica fu quello socialista. Si faceva appello a inglesi, russi e americani perché al tavolo della pace fossero chiamati soltanto i rappresentanti Repubblicani della nuova Italia. Il Pci con la “svolta di Salerno”, voluta da Togliatti nell’aprile 1944, posticipò la scelta istituzionale alla fine della guerra. Ciò non toglie che prima della “svolta” in tante dichiarazioni il Pci avesse tra i suoi obiettivi la liquidazione della Monarchia. Più cauta e ponderata la posizione della Democrazia cristiana. Il leader trentino Alcide De Gasperi nelle sue Idee ricostruttive della democrazia cristiana (26 luglio 1943) non voleva esporre il partito con un pronunciamento chiaro nella scelta fra Monarchia e Repubblica. Al di là delle sue idee personali, aveva intuito che quella era la strategia da seguire per intercettare il voto dei moderati, quindi della maggioranza degli italiani. De Gasperi, in una delle periodiche conversazioni con il nunzio apostolico in Italia mons. Francesco Borgongini Duca, durante il primo Congresso nazionale della Dc del 25 aprile 1946, spiegava al suo interlocutore: «Io volentieri lascerei le cose come sono. Però vedo la situazione. Il nostro referendum interno del partito mi dà il 60 per cento per la Repubblica».
Va ricordata anche la posizione minoritaria nella Resistenza dei liberali che avevano dentro il partito un grande personaggio della cultura antifascista come Benedetto Croce. La fede monarchica di tanti esponenti liberali non era disgiunta da una critica severa verso il re Vittorio Emanuele III.
Il voto dei cattolici
La Repubblica italiana nacque anche grazie al voto dei cattolici. Alcuni storici sostengono (ancora oggi a torto) che alla vigilia del referendum, il Vaticano fosse prudentemente, ma decisamente schierato in favore della Monarchia. Lo fanno pensare alcune voci autorevoli dell’epoca e le prese di posizione di tanti vescovi durante la campagna elettorale. Ma la realtà è molto più complessa di quel che appare. Da che parte stava Pio XII? Degna di nota è la testimonianza di Harold Tittmann, diplomatico statunitense, che nel maggio del 1946 riferì a Washington queste parole: «Con tutta probabilità il Vaticano si mantiene in disparte dal problema in questione sia nei fatti che a parole. Nonostante voci contrarie, può essere affermato con la più grande certezza che nessuna istruzione è stata emessa dal Vaticano a vescovi e a parroci per sostenere la Monarchia».
Ma non era tanto il referendum Monarchia-Repubblica, che pure attrasse l’interesse maggiore dell’opinione pubblica, quanto piuttosto e soprattutto il voto per l’Assemblea Costituente a preoccupare Pio XII. Per il papa, osserva Giovanni Sale della Civiltà Cattolica, «il male maggiore non consisteva nel fatto che dalle urne elettorali potesse uscire un responso favorevole alla Repubblica, ma che da essa potesse venire una schiacciante maggioranza socialcomunista, capace di orientare per gli anni avvenire i destini politico-istituzionali dell’Italia».
Si chiama “I volti della Repubblica” ed è l’iniziativa voluta dal Quirinale per celebrare gli 80 anni della Repubblica Italiana. Tutti i cittadini possono inviare un video di massimo 30 secondo (100 megabite ) per raccontare che cos’è per ciascuno la Repubblica, completando il pensiero che inizia con “Per me la Repubblica è…”. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito ivoltidellaRepubblica.quirinale.it
Il voto alle donne fu la grande novità di quella competizione amministrativa. Gli italiani tornavano a libere elezioni per la prima volta dopo vent’anni di dittatura. Questa conquista importante era stata sancita da un decreto del secondo governo Bonomi nel gennaio 1945, ma fu necessario un nuovo decreto del governo De Gasperi, nel marzo 1946, per consentire alle donne anche di essere elette. È curioso osservare come il voto alle donne non sia stato chiesto né dalle donne e nemmeno dai partiti. Ma come avrebbero votato? Il fronte monarchico puntava sull’elettorato femminile più influenzabile dai parroci e dall’Azione cattolica. «Un’indagine Doxa condotta alcune settimane prima del referendum – sosteneva Andrea Spreafico – faceva emergere che il 58 per cento delle donne, contro il 44 per cento dei maschi, era favorevole al mantenimento della Monarchia».
I semi più grandi per la crescita del sentimento Repubblicano in Italia lo piantarono lo stesso Vittorio Emanuele III e il suo primo ministro Pietro Badoglio. Quando all’indomani della comunicazione dell’Armistizio dell’8 settembre decisero di abbandonare la capitale chiudendo il Quirinale come se fosse una casa privata e soprattutto lasciando senza direttive l’esercito di un Paese in guerra.
Sullo sfondo del dibattito è sempre rimasto il problema dell’impresentabilità di un re, Vittorio Emanuele III, che aveva avallato fino al colpo di Stato del 25 luglio e l’arresto di Mussolini, tutte le sciagurate scelte del fascismo. Gli storici di casa Savoia concordano sul fatto che il Re avrebbe davvero potuto dimostrare quel che era in grado di fare nel corso dei fatidici 45 giorni in cui non c’era più un dittatore con cui confrontarsi, né un Parlamento a cui dare conto, e i nuovi partiti erano allo stato embrionale. Dal punto di vista politico i 45 giorni furono «un fascismo senza Mussolini». Vittorio Emanuele non voleva che il governo Badoglio facesse concessioni liberali, né voleva il riconoscimento dei partiti politici, né il ripristino della libertà di stampa, non vennero revocate nemmeno le Leggi Razziali.
Ottant’anni fa il referendum istituzionale: nel Padovano il 52,01 per cento degli elettori optò per i Savoia. A Santa Giustina in Colle si toccò l’87,51 per cento. Solo il capoluogo si schierò per la Repubblica. Alla Costituente trionfò la Dc con Bettiol, Gonella, Gui e Rumor

Furono soltanto quattro le province a nord di Roma in cui, il 2 giugno 1946, gli elettori si espressero a favore della Monarchia. Le piemontesi Cuneo (56,15 per cento) e Asti (50,58) ribadirono la loro fedeltà alla causa sabauda. Bergamo disse no al cambio di regime con il 50,78 per cento. La quarta provincia schierata con il “Re di maggio” (Umberto II di Savoia) fu Padova. Ben 179.077 elettori (il 52,01 per cento) optarono per lo Stivale sormontato dalla Corona; 165.224 (il 47,99) preferirono l’Italia turrita. Solo un anno prima, il 16 maggio 1945, passando in rassegna le truppe fra Codevigo e Piove di Sacco, il Luogotenente del Regno era stato contestato, con urla e fischi, dai volontari antifascisti del gruppo di combattimento Cremona, inquadrato nel primo Corpo d’armata canadese. Un mese dopo i contestatori vennero arrestati, processati «per ammutinamento in tempo di guerra» e condannati a 18 mesi di carcere duro a Gaeta.
Gli esiti del Referendum
Al referendum, la Monarchia arrivò al top a Santa Giustina in Colle dove toccò l’87,51 per cento (con la Dc all’88,88 e il Pci all’1,30). Boom di consensi anche a Villa del Conte (84,85 per cento), a Trebaseleghe (84,60), a Camposampiero (83,79), a Massanzago (83,71) e a Veggiano (82,21). Risultati lusinghieri per la corona sabauda pure a Loreggia (78,86 per cento), Tombolo (77,73), Gazzo Padovano (77,39), Arquà Petrarca (76,81), Vo’ (76,75), San Giorgio in Bosco (76,25), Campodoro (75,25), Galzignano (74,94), San Martino di Lupari (74,71), Arre (74,31) e a Borgoricco (73,16). A Barbona fu invece pareggio: 360 elettori scelsero il re ed altrettanti la Repubblica.
Nella città di Padova la spuntò l’Italia turrita, che raccolse 42.943 adesioni (il 51,67 per cento), contro 40.171 (48,33) fedelissimi di Casa Savoia. Il Comune più Repubblicano fu Castelbaldo (82,67 per cento); a ruota Megliadino San Vitale (80,59) e Masi (79,52).
L’Assemblea costituente
Per quanto riguarda la Costituente, le due circoscrizioni venete mandarono a Roma 49 deputati: 27 per la Verona-Vicenza-Padova-Rovigo e 22 per la Venezia-Treviso. Il Bellunese, accorpato a Udine, espresse tre rappresentanti. Nella circoscrizione Vr-Vi-Pd-Ro si recarono alle urne 1.258.864 elettori, ovvero il 92,22 per cento degli aventi diritto. La Dc ottenne 602.323 voti (il 51,09 per cento) e si assicurò ben 15 eletti. Il Psiup raggranellò 331.367 consensi (28,11 per cento) e otto seggi; il Pci finì al terzo posto con 155.582 voti (13,20 per cento) e si garantì quattro seggi. Nessuno degli altri partiti in lizza ottenne eletti alla Costituente: l’Unione democratica nazionale si accontentò di 33.756 voti (il 2,86 per cento): il Fronte dell’Uomo Qualunque di 29.606 voti (2,51); il Partito d’Azione ebbe 15.168 supporter (1,29); il Pri 9.186 consensi (0,78).
Il voto nelle province
Nel Padovano, dove l’affluenza fu del 92,72 per cento, la Dc arrivò al 55,70 (197.042 voti); il Psiup arretrò al 23,20 (82.088); il Pci si fermò al 12,89 (45.600). Nel Vicentino, “sagrestia d’Italia” in tutta la Prima Repubblica, lo Scudocrociato arrivò al 61,21 per cento, con il Psiup al 24,02 e il Pci all’8,21. Nel Veronese la Balena Bianca collezionò il 48,88 per cento; il Psiup arrivò al 33,23 e il Pci si accontentò del 10,53. Nel Rodigino, terra di Giacomo Matteotti, vinsero invece i socialisti (35,79 per cento), davanti ai comunisti (28,31) e ai Dc (28,19). Nel Veneziano lo Scudocrociato prevalse con il 40,30 per cento davanti al Psiup (26,25) e al Pci (21,10). Nella Marca la Dc schizzò al 53,3 per cento, con il Psiup al 21,02 e il Pci all’8,52.
Tutti i costituenti veneti
Tra i veneti citazione obbligatoria per il giurista Giuseppe Bettiol; per il giornalista Guido Gonella, primo presidente dell’Ordine; per Luigi Gui, più volte ministro; per Mariano Rumor, unico nostro corregionale alla presidenza del Consiglio dei ministri dal 13 dicembre 1968 al 6 agosto 1970 e dall’8 luglio 1973 al 23 novembre 1974.
E ancora per il latinista (e rettore del Bo) Concetto Marchesi, eletto con il Pci; per Lina Merlin, socialista, nata a Pozzonovo ed eletta nel collegio unico nazionale; per Gastone Costa, avvocato originario di Loreo, sindaco di Padova dal 19 aprile 1946 al 26 aprile 1947.
Nella città del Santo la Dc s’impose con il 44,85 per cento mentre i socialisti arrivarono al 23,49 e i comunisti al 16,78 per cento. I qualunquisti rastrellarono il 5,57 per cento, l’Unione Democratica Nazionale ebbe il 5,46.
A Vicenza la Dc raccolse il 44,14 per cento, il Psiup il 31,46 e il Pci l’11,59 per cento.
A Venezia la Dc fu il primo partito con il 38,26 per cento davanti al Psiup (24,55) e al Pci (al 21,68).
In laguna si presentò anche il Blocco nazionale della Libertà (d’ispirazione conservatrice e monarchica), prescelto dal 5,75 per cento dei votanti. Il Partito cristiano sociale ottenne l’1,61 per cento.