Mosaico
Un fatto è certo: il perdurare della fascinazione della figura di Francesco d’Assisi attraverso i secoli e le umane vicende. In questo 2026 in cui si ricordano gli ottocento anni della sua morte stiamo assistendo al prevedibile afflusso di pubblicazioni che ci restituiscono la figura dell’assisiate sotto molti punti di vista. Alcune sostenute da notevoli apparati bibliografici e da un lungo lavoro di ricerca filologica e documentaristica, come “La regola segreta di san Francesco” (Utet, 288 pagine, 18 euro) di Barbara Frale, una vera esperta dell’argomento, storica del medioevo e indagatrice di documenti antichi, oltre che autrice di monografie e da anni alla ricerca del vero Francesco.
A leggere questo libro sembra di tornare indietro nel tempo, a quando Mario Pomilio, Umberto Eco, Laura Mancinelli cercavano nella finzione narrativa nuove possibilità di sondare la spiritualità, le eresie, i legami tra fede, amore e ricerca di verità. Solo che Frale fa parlare i documenti, tentando di arrivare a quell’antico manoscritto originario all’origine di tutto: dell’ordine francescano, della divisione tra spirituali e conventuali, delle appropriazioni più o meno indebite da parte del potere. Prima dell’approvazione ufficiale di Onorio III, Francesco aveva portato a Innocenzo III un suo scritto in cui erano posti i punti fondamentali che dovevano rappresentare l’essenza della comunità. Quel manoscritto viene preso, corretto secondo le norme della corte pontificia; la studiosa mette bene in evidenza come quelli fossero anni in cui antiche eresie, nuove utopie e proposte di autentici rinnovamenti spirituali che dettero origine a nuovi ordini e congregazioni, si stagliavano sull’affollato orizzonte di una entità anche politica che si avviava verso l’esilio avignonese.
La ricerca del manoscritto perduto, quello delle origini autentiche dell’ordine, diviene una macchina del tempo che ci permette di attraversare, documenti alla mano, un lungo periodo in cui a papi che lasciarono il loro ruolo dopo pochi mesi, come Celestino V, fecero da sponda antichi movimenti pauperistici o radicalmente spirituali, come quei Catari che vedevano nella materia l’orma demoniaca.
La cosiddetta Intentio beati Francisci, “l’intenzione originale con cui il santo aveva dato forma alla prima comunità”, come scrive l’autrice, si perde nei meandri delle lotte interne, delle strategie politiche ed ecclesiastiche, delle vecchie e nuove visioni di ciò che deve essere considerato davvero cristiano.
Il Testamento che Francesco aveva dettato alla Verna era di per sé un segno evidente che la visione della comunità da parte dell’assisiate era “sine glossa”, vale a dire non intralciata da accomodamenti, attenuazioni, sapienti commenti. Alcuni tentarono, Ubertino da Casale tra questi, di ritrovare antichi scritti di Francesco o comunque ripresi dalla “pecorella di Dio”, Frate Leone.
Questo libro ricostruisce, in un affascinante cammino a ritroso, la storia di un documento che ci rivelerebbe le intenzioni reali di san Francesco. Testimoniando nello stesso tempo il permanere di un fascino, che a pensarci bene sarebbe stato difficile da prevedere allora. Un uomo ricco aveva deciso di lasciare tutto e diventare una creatura del cosmo, senza più le finzioni e le armi per proteggersi dai lupi e dagli altri uomini. Molti ne previdero il fallimento e l’oblio, e nell’Illuminismo non mancò chi se ne fece beffe.
Ed invece, come altri, è rimasto. Suscitando l’attenzione della cultura di ogni tempo, certamente, basti pensare a Chesterton, a Hesse, ai numerosi film, ai dischi, al teatro, ma anche una scossa e una crisi che ha aiutato, e aiuta ancora oggi, a guardare con occhi nuovi, e antichi, le meraviglie del creato.