Idee
Haiti è un Paese che vive una situazione drammatica. In buona parte, sotto il controllo delle bande criminali. Nei primi mesi dell’anno ci sono stati 1.600 omicidi, secondo i dati dell’Onu, e il numero degli sfollati ha raggiunto la cifra record di un milione e mezzo di persone. La metà della popolazione vive in condizione di insufficienza alimentare. Da 5 anni, manca il presidente della Repubblica, dal 2016 non si svolgono elezioni. Eppure, Haiti è presente al Mondiale di calcio 2026, ed esordirà stanotte nella competizione, contro la Scozia, tornando a disputare una partita di Coppa del Mondo dopo 52 anni (aveva partecipato all’edizione 1974, incontrando, tra l’altro, l’Italia).
Un piccolo “miracolo”, di quelli che lo sport, a volte, sa offrire. Un messaggio forte e di speranza, come esprimono, con convinzione, due interlocutori della Chiesa di Haiti, intervistati dal Sir. “Il Paese attende questo evento sportivo con grande impazienza. Non vediamo l’ora che la nostra squadra scenda in campo. Davvero viviamo questi giorni con grande gioia, e anche con speranza di ben figurare”. A parlare è padre Roustaveg Gérôme, esperto di comunicazioni sociali, direttore della radio Immacolata Concezione di Hinche, e anche un appassionato di calcio informato e competente.
Com’è potuto accadere, dunque, che la Nazionale abbia conquistato la qualificazione? “I nostri calciatori – prosegue il sacerdote – erano convinti di lottare per qualcosa di grande, anche se non è stato possibile giocare alcuna partita nel Paese. Tutti gli incontri ‘in casa’, sono stati disputati in campo neutro, nell’isola di Curaçao. Finora, non è stato possibile giocare qualche incontro qui da noi. Ci sono calciatori che, a dire il vero, non hanno quasi mai messo piede nel Paese, pure avendone la cittadinanza. Ma tutti sono stati animati da una grande speranza, forza e convinzione, soprattutto, volontà per fare al Paese un grande regalo”.
Il “miracolo” di coraggio e resilienza. Aggiunge padre Marc-Henry Siméon, portavoce della Conferenza episcopale haitiana: “Questa partecipazione rappresenta ben più di un successo sportivo. Si tratta di un evento nazionale di portata storica e sociale. Ci ricorda che lo sport rimane uno dei pochi linguaggi universali, in grado di trascendere le appartenenze politiche, sociali o persino religiose. Per un Paese spesso presentato attraverso le sue crisi, le sue sofferenze e le sue sfide, questa partecipazione offre anche un’altra immagine di Haiti: quella di un popolo coraggioso, talentuoso, creativo e resiliente. Ci ricorda che anche nei periodi più bui, un popolo può ancora sognare e ritrovare fiducia in sé stesso”. Il portavoce dell’episcopato prosegue: “Questo successo testimonia quindi soprattutto la notevole perseveranza dei giocatori, anche tenendo conto che 25 su 26 giocano all’estero, in Europa o in Nordamerica, il loro attaccamento al Paese d’origine, ma anche e soprattutto l’impegno costante degli allenatori che li seguono e del Comitato di normalizzazione che gestisce la situazione dalla crisi che ha scosso la Federazione calcistica haitiana. Ma questa qualificazione rivela qualcosa di più profondo sull’anima haitiana. Questa nazionale è diventata, a suo modo, il riflesso di questa resistenza collettiva”. Per la Chiesa, “si tratta di un segno particolarmente eloquente. Crediamo che la speranza non sia mai una semplice illusione psicologica, è una forza capace di trasformare la storia, come ricordano spesso i vescovi di Haiti”.
Le ambizioni sportive. Questa storica partecipazione, dunque, viene vissuta su un duplice binario, quello strettamente sportivo e quello del messaggio di speranza che essa porta a tutto il Paese. Per quanto riguarda il primo aspetto, non mancano le speranze, spiega padre Gérôme: “Io penso che esista la possibilità di passare il turno. Contro la Scozia possiamo giocarcela… Poi c’è il Brasile, davvero una grande squadra e vediamo quello che succede. Quindi il Marocco, dove un pareggio potrebbe essere alla nostra portata”. Il sacerdote conosce bene i principali calciatori, alcuni di loro giocano ad alti livelli in Francia e in Inghilterra, ma c’è pure chi, l’attaccante Duckens Nazon, leader carismatico della squadra, gioca in Iran, e purtroppo, per il recente conflitto, non può giungere al Mondiale pienamente allenato. “Non dobbiamo avere paura – aggiunge -. Teniamo anche conto che giochiamo i tre incontri a Boston, Philadelphia e Atlanta, e in tutti e tre i casi è presente una grossa comunità haitiana”.
Speranza di pace e riconciliazione. Ma la vera vittoria, per Haiti, si gioca su un altro piano, come spiega padre Siméon: “Auspichiamo che questa gioia sportiva aiuti gli haitiani a ritrovare fiducia in se stessi e nel proprio futuro. Il nostro Paese ha bisogno di segni che ricordino che la sua storia non è condannata alla sventura né alla fatalità. Auspichiamo, inoltre che questa partecipazione favorisca una dinamica di riconciliazione. Quando la nazionale scende in campo, gli haitiani si scoprono capaci di vibrare insieme, di sognare insieme e di sperare insieme. Infine, speriamo che questa squadra sia di ispirazione soprattutto per i giovani. La nostra preghiera è quindi semplice: che questa Coppa del Mondo sia più di un evento sportivo. Che diventi un segno di ciò che potrebbe essere Haiti quando sceglie l’unità piuttosto che la divisione, la fratellanza piuttosto che la violenza, e la speranza piuttosto che la disperazione”. Naturalmente, prosegue il sacerdote: “sappiamo bene che un torneo di calcio non può risolvere da solo i problemi strutturali che alimentano la violenza. Le cause della crisi haitiana sono complesse e richiedono risposte politiche, economiche, sociali e istituzionali a lungo termine. Tuttavia, la storia dimostra che lo sport può talvolta aprire spazi inaspettati di incontro e di pacificazione. Si pensa spesso alla Coppa del Mondo di rugby del 1995 in Sudafrica, quando Nelson Mandela utilizzò lo sport come strumento di riconciliazione. In Costa d’Avorio, nel pieno delle divisioni che laceravano il Paese, l’appello di Didier Drogba e dei suoi compagni di squadra, dopo la prima qualificazione a una Coppa del Mondo nel 2005, ha contribuito ad aprire una via verso il dialogo nazionale. Lo sport da solo non crea la pace, ma può contribuire a creare le condizioni che rendono più realizzabile la prospettiva della pace”.