Idee
C’è il lascito di un cittadino inglese al principio di tutto: ottocento sterline destinate ai «vecchi del Dolo» servite a costruire quella che oggi è la Residenza Riviera del Brenta. In ricordo del benefattore, Owen Edward Williams, e della sua generosità, è stata disvelata a fine giugno una lapide commemorativa nel cimitero dolese, dove Williams – per sue stesse volontà – riposa. Presenti, per l’occasione, il sindaco Gianluigi Naletto, il console onorario britannico Ivor Coward, e il presidente della Residenza Massimo Pavan.
Da allora sono trascorsi quasi 160 anni di una storia votata al servizio degli anziani più fragili, cresciuta nel tempo insieme alle esigenze degli ospiti e della comunità nella quale è inserita. «Oggi accogliamo 150 ospiti – spiega il presidente Massimo Pavan – e la maggior parte di loro ha bisogno di assistenza perché sono affetti da decadimento cognitivo, problemi fisici o condizioni di non autosufficienza».
«Idealmente – riflette il presidente – la nostra realtà è ancora quella di sempre: siamo rimasti un Ipab, un ente di beneficenza, e lo spirito è sempre quello di servire e offrire un’assistenza il più possibile attenta alla persona, e non tanto, come accade in alcune nuove realtà, al profitto».
La residenza deve naturalmente mantenere un bilancio in ordine, ma non persegue un utile d’esercizio. Questo non le ha impedito di crescere negli anni e di svilupparsi anche grazie alla riorganizzazione avvenuta negli anni ‘90.
«Abbiamo la fortuna di poter contare su due strutture – continua Pavan – la prima è quella storica, nel centro di Dolo, l’altra, da 35 posti, è all’interno del plesso ospedaliero. Questo permette anche a molti familiari e volontari di poter partecipare alla vita della nostra realtà».
Ed è proprio il rapporto con la comunità uno degli aspetti più significativi della storia della Residenza Riviera del Brenta. Un esempio di volontariato “inclusivo” che emerge anche dal diario che la struttura condivide online, dove si vedono alcuni ospiti uscire insieme a volontari e operatori per prendere un gelato in centro o andare al mercato, spesso accompagnati anche dai familiari. «L’obiettivo è farli sentire in un posto dove vivere, non isolati negli ultimi anni della propria vita, ma inseriti in un contesto che considera la relazione con gli altri il sale dell’esistenza».
Questo vale anche, se non soprattutto, per il centro diurno: la Residenza potrebbe accogliere fino a 15 ospiti con questa formula, anche se oggi i numeri sono inferiori. Un servizio che rappresenta una sorta di collegamento tra la vita familiare e la permanenza residenziale.
Come in passato le famiglie cercavano asili o i patronati cui affidare i più piccoli mentre i genitori erano impegnati con il lavoro, oggi cercano strutture e servizi capaci di affiancarle nella cura degli anziani, magari ancora autosufficienti ma colpiti da fragilità o decadimento cognitivo. Per tutti loro, la prima forma di assistenza nasce dal rapporto tra la residenza e il tessuto sociale cittadino: dal Comune alla parrocchia, fino alla rete di volontari che continua a rendere questo luogo parte della comunità.