Chiesa
Digitale e religione. Intelligenza artificiale e Dio. Una nuova Babele, fatta di feed e notifiche, di dispositivi che rischiano di diventare i nuovi idoli di una società sempre più connessa, ma allo stesso tempo incentrata su sé stessa. È quello che è emerso dall’incontro che si è svolto il 22 aprile nella chiesa di Sant’Ignazio da Loyola a Roma, intitolato “Abitare a Babele. Religione e infosfera”. L’evento, prendendo spunto dal monografico della rivista “Paradoxa”, ha affrontato il rapporto tra esperienza religiosa e comunicazione digitale attraverso i contributi di studiosi ed esperti del settore. “Esistono delle tecnologie che si presentano come qualcosa di religioso, come una manifestazione del divino”, ha spiegato Adriano Fabris, docente di Filosofia Morale ed Etica della comunicazione all’Università di Pisa. “Noi crediamo di servirci delle tecnologie. In realtà sono delle tecnologie che si servono di noi, modificano la nostra mentalità e ci fanno puntare tutto sui valori dell’efficienza, efficacia, velocità. Anche le religioni, quando usano i dispositivi tecnologici per comunicare in maniera più efficace e più intensa il proprio messaggio, veicolano in sé stesse anche questi valori”, ha continuato Fabris.
Sulla stessa linea mons. Fabio Fabene, arcivescovo e segretario del Dicastero delle cause dei santi, che durante l’incontro ha spiegato:
Il digitale è di fatto l’ambiente che modella il nostro modo di vivere, di pensare, di relazionarci. La nostra religiosità, il rapporto con Dio, viene profondamente influenzato dall’infosfera”. Cos’è oggi la dimensione para-religiosa che in qualche modo si forma all’interno di una realtà? È la domanda che si è posto Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis, durante il dibattito. Una riflessione che, partendo dal concetto di verticale e orizzontale, ha toccato i temi del sacro e del santo e delle crisi che hanno colpito il mondo negli ultimi vent’anni. “Esistono due modi per uscirne: uno attraverso un software sempre più complesso, l’alto con una figura dal carisma singolare. L’uscita attraverso il software è normale, anche se la società non ha una la capacità di assorbire un software per risolvere tutto”, ha continuato De Rita. “Ciascuno di noi ha sempre, nella propria professione, nella propria vita, il sacro e il santo. La religione è la vera grande la sfida. Certe volte anche la nostra ansia di trovare il sacro ce lo ha fatto trovare nell’intelligenza artificiale”, ha concluso il presidente del Censis. “Pensiamo ai giovani. Si chiudono nella loro camera – ha spiegato mons. Fabio Fabene – e dialogano con il cellulare. Qualcuno è arrivato a suicidarsi, perché lo smartphone gli ha detto: ‘Ucciditi, così staremo sempre insieme e saremo amici per sempre’. Queste sono le conseguenze dell’individualismo”.
A pagare il prezzo di questa nuova realtà sono i più piccoli, esposti sui social dai genitori sin da tenera età. Come ha spiegato Mario Morcellini professore emerito di comunicazione e processi culturali all’università la Sapienza di Roma durante il suo intervento:
“I media digitali prendono i bambini appena affacciati alla scena della vita e li espongono a rischi che spesso i genitori, quale che sia la loro condizione culturale, non riescono a decifrare in tempo”.
Un dispotismo digitale, come lo chiama lo stesso Morcellini, in cui il senso religioso appare sempre più segregato. “La nostra società si basa sull’assenza – ha sottolineato Cecilia Costa, professoressa di sociologia all’università Roma Tre a conclusione del dibattito -, assenza di Dio, di storia, di conoscenza, assenza del soggetto. Se fossimo una società individualista, in qualche modo ci sarebbe un soggetto che non è esploso. Invece, noi vediamo incrociarsi il dominio degli algoritmi che sono potentissimi”.