Fatti
Ancora l’Italia capovolta. Non è la prima volta e, anzi, ormai ci si dovrebbe fare l’abitudine. A capovolgere lo Stivale è l’acqua: troppa nel Mezzogiorno, poca (pochissima) al nord. Condizione, come si è detto, ormai non più paradossale ma che, tuttavia, non viene sfruttata ancora pienamente. Con tutte le conseguenze del caso.
A fotografare la situazione idrica dell’Italia è il rapporto settimanale dell’Osservatorio sulle Risorse Idriche di ANBI, l’Associazione che riunisce i consorzi italiani di bonifica e irrigazione. La sintesi della raccolta dei dati periodici sull’acqua può essere questa: “Le piogge di quest’anno hanno bagnato, come non accadeva da decenni, tutte le regioni del Mezzogiorno e le isole; al nord, invece, si guarda all’estate con una forte apprensione perché molte aree sono già in crisi idrica”.
Come sempre alcuni numeri e alcuni esempi fanno capire molto. Sulla Sicilia, dove gli invasi sono pieni oltre l’85%, da inizio dell’anno sono caduti circa 430 millimetri di pioggia, un valore tra i più alti del recente trentennio; mentre l’Etna ancora oggi è innevato, così come altre cime dell’isola e l’Aspromonte calabrese. Proprio in Calabria, tra gennaio e marzo, è caduta la pioggia, che generalmente scende in un anno; sempre in Calabria ad aprile la neve è ancora presente in quota a garanzia di invasi ricchi d’acqua almeno fino all’inizio dell’estate e le dighe trattengono oltre il 70% d’acqua in più rispetto alla media del periodo. Sulla Basilicata, sempre nello stesso periodo, sono caduti oltre 350 millimetri di pioggia: un quantitativo pari alla metà della pioggia caduta nel 2025. In un mese, su alcune zone della Puglia, si sono registrate cumulate di pioggia pari a circa 300 millimetri, segnando qui un record quasi novantennale. Situazioni pressoché simili nelle altre regioni con il caso limite della Sardegna sulla quale in due mesi sono cadute in alcune località piogge fino ad oltre sei volte la norma del periodo. Un’evoluzione meteorologica alla quale ha fatto seguito il riempimento quasi totale di tutti i bacini presenti.
Il problema dell’acqua, tuttavia, inizia a manifestarsi quando dal mezzogiorno si risale verso nord. Sulle regioni centrali, infatti, le piogge sono state grosso modo nella media del periodo e in alcuni casi un po’ inferiori; sulla pianura Padana, invece, la pioggia spesso s’è fatta desiderare creando una condizione che i tecnici indicano “a macchia di leopardo” con aree già a secco e altre che, per ora, sono ben dotate di acqua. I livelli dei grandi bacini lacustri nel Nord-Ovest – dice l’ANBI – crescono, mentre quello del Garda è in leggera flessione: i valori di riempimento raggiungono il 100% per il Verbano, ma il 51,8% per il lago di Como, il 49, 3% per il Sebino, l’82,9% per il Benaco. In Lombardia le alte temperature stanno facendo sciogliere la neve più in fretta “facendo così crescere il deficit, già prima consistente”. Mentre in Veneto tornano a ridursi l’acqua nell’Adige. In Emilia-Romagna, sta calando la disponibilità d’acqua dei fiumi appenninici. Certo, complessivamente stanno aumentando i flussi nel Po ma, nel tratto lombardo-emiliano, il deficit idrico continua ad essere significativo (a Pontelagoscuro, storico punto di rilevazione della portata del Grande Fiume, si è al -28%).
Di fronte ad una situazione così chiara da una parte ma così complessa dall’altra, gli addetti ai lavori non hanno dubbi: “In altri tempi, considerata la dotazione di invasi, realizzata al Sud in anni ormai lontani, l’acqua rilasciata in mare sarebbe stata considerata null’altro che un’evenienza possibile; oggi è un insostenibile spreco di risorsa di fronte alle incertezze dell’andamento meteorico, che ha già creato danni per decine di miliardi all’agricoltura italiana”. La conclusione è una sola: è sempre più necessario incrementare le infrastrutture idrauliche del Paese ad iniziare dall’avvio del Piano Nazionale Invasi Multifunzionali presentato di recente. Un Piano ampio, importante e necessario che ha un problema: la sua realizzazione costa oltre sette miliardi.