Storie
Sono tornato da Addis Abeba il 5 marzo scorso. Il viaggio avrebbe dovuto dividersi in due parti: la prima in Tigray, all’ospedale Kidane Merhet di Adwa, assieme ad Aspos, associazione padovana di medici e operatori sanitari, e la seconda nella capitale. Biglietti in mano, due settimane prima della partenza sono arrivate notizie, prima date per vere, poi smentite, infine di nuovo certe, di movimenti sospetti al confine con l’Eritrea. Una volta appurata la situazione, l’ambasciata italiana, non più tardi di metà febbraio, ha consigliato a tutti gli italiani presenti in Tigray di impacchettare i bagagli e tornare a casa. L’associazione ha deciso di rimandare il viaggio senza una data precisa, mentre io ho rivisto le tappe del lavoro andando lo stesso ad Addis Abeba, dove sono stato ospite di don Angelo Regazzo, salesiano originario di Vigonza che ha dato vita alla missione Bosco Children che si occupa del recupero di ragazzi di strada.








Nello staff di don Angelo lavorano alcuni missionari e volontari etiopi con i quali ho fatto amicizia. Alcuni di loro provengono da Makallè, capoluogo del Tigray, altri sono eritrei. A pranzo e a cena si mormorava inevitabilmente della situazione, sottovoce, come loro costume. Ogni tanto chiedevo se avessero notizie dai loro luoghi di origine e dalle loro famiglie. Uno di loro disse che il fratello era stato richiamato per l’addestramento nelle montagne, un altro che la famiglia stava cercando cibo e benzina al mercato nero.
Ecco, l’inizio del sentimento di guerra non comincia mai con grandi proclami. Quello che vediamo in tutto il suo fragore è l’inizio del conflitto vero e proprio. Prima montano “i non detti”, gli effetti della propaganda, le mosse sotterranee, gli accordi non raggiunti, le incomprensioni che incedono talvolta da pochi mesi, altre volte da decine o centinaia di anni.
Girando per la capitale di notte ci si accorge di come la realtà sia solo una grande illusione collettiva. Le vie principali sono illuminate a giorno, su ordine del governo, mentre quelle a fianco immerse nell’oscurità. Mi viene in mente il film di Woody Allen Il dittatore dello stato libero di Bananas quando il maldestro protagonista, trovatosi al potere per caso, annuncia «Io sono il vostro nuovo presidente. D’ora in avanti la lingua ufficiale del Bananas sarà lo svedese» o ancora la più profetica «Se io voglio dare una vita migliore al mio popolo, devo sterminare le minoranze insoddisfatte. Questo è il prezzo del benessere».
Addis Abeba è una bolla incurante di ciò che sta succedendo in Tigray, appena a 600 chilometri a nord: coda di decenni di tensioni e conflitti, culminati con l’ultima guerra del 2020-2022, dove sono morte, si stima, tra le 500 mila e un milione di persone, di cui il 60 per cento di fame. L’accordo di Pretoria del novembre del 2022 sancì la cessazione delle ostilità e un futuro di pacificazione. Anche questa una bolla illusoria. Ad aprile terminerà il mandato dell’Amministrazione Regionale ad interim tigrina (Tia) guidata dal generale Tadesse Worede. Il Tplf – il Fronte di liberazione del popolo del Tigray – la coalizione che guidò la regione durante la guerra, sembra divisa al suo interno e le elezioni nazionali sono indette per il 1° giugno. Il governo federale ha già tagliato ogni possibilità di dialogo con la Tia. Il Tplf stesso è stato escluso su ordine del governo dalle elezioni nazionali con il risultato, sembra, di una riorganizzazione interna per un colpo di mano che lo porti a controllare il Tigray nuovamente.
Secondo i rapporti dell’intelligence a metà marzo si sono infiltrati soldati eritrei lungo le aree di confine con l’Etiopia, vestendo uniformi dell’esercito federale etiope (Endf) per operare nell’ombra. Lo scopo del governo eritreo è di creare caos per distogliere quello che è il grande obiettivo del governo etiope: conquistare l’accesso diretto al Mar Rosso. Contemporaneamente carri armati e artiglieria pesante si stanno ammassando nell’ovest del Tigray. Insito nella popolazione della regione che, ricordiamo, è la stessa dell’Eritrea, c’è un grande sentimento di indipendenza e la risposta non poteva che avvenire tramite le forze armate tigrine (Tdf) che hanno riattivato le truppe in centri cittadini fondamentali come Shire, Sheraro e Bisober. Come l’altra volta, lungo la strada, compariranno borse con kalashnikov AK 47, vestiti sgualciti e qualcosa da mangiare per i soldati al fronte.
Nel traffico delle preliminari operazioni militari la popolazione soffre in maniera pesante. È ancora molto lontana dall’essersi ripresa dall’ultimo conflitto, dall’aver elaborato il lutto per la morte di figli e mariti, dall’aver assimilato le decine di migliaia di rifugiati ancora presenti in campi tendati e scuole abbandonate, il tutto nella scarsezza quasi totale di cibo, medicine e carburante. Da 17 mesi gli insegnanti non ricevono stipendi, il sistema educativo continua in strutture distrutte dal conflitto precedente ed è prossimo allo stop definitivo. Già da gennaio il carburante è pressoché introvabile, se non al mercato nero, con prezzi, dopo lo scoppio della guerra in Iran, che possono superare i 2 euro al litro, a fronte di uno stipendio medio che è di circa 50 euro mensili. Il blocco delle spedizioni impedisce alle ambulanze e ai generatori degli ospedali di funzionare, alle forniture di medicinali di arrivare, in un sistema sanitario pubblico che ha già molte carenze a regime normale. Come avvenuto nella guerra del 2020-2022 il governo ha provveduto a tagliare immediatamente le fonti di informazioni che potrebbero rivelare la situazione all’esterno, togliendo la licenza ai media non allineati. I giovani scappano verso la capitale per paura sia della guerra in sé ma soprattutto della possibilità di essere reclutati nell’esercito, dove li aspetterebbero mesi di conflitto in montagna, tra stenti e scene di morte.
Il fronte diplomatico si limita, per ora, a un annuncio di 20 ambasciate, tra cui Usa, Unione Europea e Regno Unito, in cui si auspica l’imminenza di un dialogo fra le parti. Il premier Abiy Ahmed, incredibilmente Nobel per la pace nel 2019, cerca di far leva sull’alleanza con Vladimir Putin, per un sostegno in caso di guerra e per ristabilire un ordine, che sembra oramai un miraggio, sulle profonde divisioni interne. Ma le preoccupazioni dei governi e il lavoro degli organi di informazione sono rivolti in Medioriente dove l’evolversi della guerra in Iran incide direttamente con il nostro stile di vita.
La sensazione, osservando l’indifferente procedere della capitale, fra celebrazioni dell’anniversario della battaglia di Adwa, continue visite istituzionali di capi stranieri e spettacoli acquatici sfarzosi nelle fontane del centro, è che sia il momento propizio di accendere un conflitto del quale il mondo saprà poco o nulla, come ha saputo poco o nulla di quello precedente, dal 2020 al 2022.
Il conflitto ha radici nell’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia (1993). Dopo un’iniziale collaborazione, le tensioni sui confini e le divergenze economiche esplosero nella cosiddetta “guerra di confine” (1998-2000), quando le truppe eritree entrarono nella città di Badme.
Il conflitto causò circa 80 mila morti, concludendosi con gli Accordi di Algeri, firmati fra il 12 e 13 dicembre del 2000, che però rimasero inapplicati per quasi vent’anni in uno stato di “stallo armato”.
La svolta arrivò nel 2018 con lo storico accordo di pace tra Abiy Ahmed e Isaias Afwerki, che riaprì le frontiere. Tuttavia, questa pace era funzionale a un nuovo obiettivo: l’annientamento del Tplf, sfociato nella brutale guerra del Tigray (2020-2022), dove l’Eritrea è intervenuta massicciamente a sostegno dell’Etiopia causando circa un milione di morti. Concluso il conflitto nel Tigray, l’alleanza si è incrinata.
Dal 2024 il clima è divenuto gelido: le ambizioni dell’Etiopia di ottenere uno sbocco sovrano sul Mar Rosso e il mancato ritiro eritreo da territori contesi mantengono l’area sull’orlo di un nuovo scontro fratricida.
Fotografo documentarista, i suoi lavori, realizzati in tutto il mondo, sono pubblicati nei più importanti magazines italiani e internazionali. Collabora con Ong per reportage editoriali in ambito cooperazione. Info: www.andreasignori.it