Idee
La scorsa settimana è stata particolarmente importante per la riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro.
Per la seconda volta nel giro di pochi mesi, una grande compagnia di consegna a domicilio è stata commissariata per ingiusto trattamento dei riders, le persone che consegnano, normalmente in bicicletta, i prodotti distribuiti. Accanto a inadeguatezza dei contratti e dei salari, c’è un altro punto che merita una qualche attenzione: il fatto che tutto il lavoro di queste persone è organizzato e diretto da una applicazione che smista gli ordini, e segue, monitora e valuta il loro lavoro. Certamente molto efficace nell’ottimizzazione di forze e itinerari, ma terribilmente impersonale. Forse anche ingiustamente. Le tradizionali forme di dialogo, collaborazione, trasmissione di nozioni e indicazioni, sono completamente riplasmate dall’applicazione che sostituisce capoufficio, risorse umane, responsabile del magazzino, colleghi di lavoro. Tutto il contorno relazionale, che contribuisce a costruire la qualità umana del lavoro e non di rado risolve problemi, è spazzato via in favore di una tecnologia tanto efficace quanto assolutamente inadatta a condividere una pausa caffè.
Negli stessi giorni ha fatto poi scalpore la notizia di una sentenza che ha rigettato il ricorso di una lavoratrice licenziata perché la sua mansione era ormai svolta dall’intelligenza artificiale. La sentenza si è basata sui classici criteri che definiscono legittimo un licenziamento quando si è in presenza di esigenze organizzative reali e gravi e non c’è possibilità alcuna di ricollocamento della persona in altro ruolo. Lo scenario paventato da molti negli ultimi mesi che prevede la perdita di posti di lavoro a causa dell’introduzione di sistemi di IA è diventato reale.
Nel dibattito su questi fatti si è inserita la presentazione compiuta dal Ministero del Lavoro italiano di un poderoso documento di 267 pagine, intitolato: Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale.
Nella sua prefazione al volume, il ministro Marina Calderone scrive: “Secondo un’analisi del World Economic Forum, si prevede che entro il 2030 verranno persi 92 milioni ma saranno creati 170 milioni di nuovi posti di lavoro. Questo cambiamento richiederà un significativo adattamento della forza lavoro, un processo di “reskilling”, con nuove competenze tecnologiche in materia di IA, big data e cybersecurity che vedranno una rapida crescita della domanda. Si prevede anche che le competenze umane, come il pensiero creativo, la resilienza, la flessibilità, rimarranno fondamentali.”
Queste poche righe meritano almeno due riflessioni.
Anzitutto, augurandoci che la stima del WEF sia confermata dai fatti, non è detto che i nuovi posti di lavoro siano ricopribili da chi invece il lavoro lo ha perso. Un fenomeno globale con quello della transizione digitale in atto può facilmente chiudere aziende in una parte del pianeta e aprirne due nuove in un altro continente. Non necessariamente, poi, le competenze di chi faceva un lavoro soppiantato dall’IA sono tali da poter assumere nuove posizioni. Giustamente, per questo, il Ministro parla di reskilling (aggiornamento e formazione permanente) e di adattamenti importanti: abbastanza facile a dirsi, per nulla semplice ad attuarsi.
Sono poi interessanti le competenze umane che si prevede non saranno sostituite dalle macchine: creatività, resilienza, flessibilità. Una buona notizia che richiede però un serio ripensamento dell’immaginario del mondo del lavoro e dei processi educativi che vi conducono.
Le tre notizie sono segnali di una rivoluzione appena iniziata che chiederà nel breve e medio grande saggezza e coraggio. Non sono scontati. Li inserirei però tra quelle caratteristiche squisitamente umane di cui abbiamo bisogno per plasmare, da uomini, il lavoro di domani, custodendo sempre e prima di ogni altra cosa il bene comune, i più poveri e deboli.