Idee
Giovedì 12 marzo, improvvisamente, il cuore di Alberto Trevisan si è fermato. A Rubano, nelle sue strade, si è accasciato e ha lasciato questo mondo in guerra, lui, che per tutta la vita aveva lottato per la pace, profeta della nonviolenza, capace di pagare di persona, con la detenzione nel carcere militare, la fedeltà ai suoi ideali.
Nato a Feltre nel 1947, padovano d’adozione, è stato il primo obiettore di coscienza, in Veneto, alla leva obbligatoria. Correva l’anno 1970 e per questa sua scelta trascorse molti mesi in carcere. Grazie anche alla sua testimonianza e al suo coraggio ispirò la legge sul servizio civile (la 772 del 1972), mettendo al centro l’esercizio del diritto di ogni individuo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione sancito dall’art. 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani.
In questi giorni lo hanno pianto in molti e la sua testimonianza si è fatta ancora più fulgida con l’accrescersi dei venti di guerra nel Medioriente, nell’Europa dell’Est, in Africa ma anche in America Latina.
«Ci sono delle circostanze, qualcuno le chiamerebbe coincidenze, che lasciano esterrefatti – osserva Sandro Gozzo, grande amico di Alberto Trevisan, a sua volta obiettore di coscienza, arrestato a 26 anni per essersi autoridotto la durata del servizio civile (20 mesi) equiparandolo alla leva (12 mesi) – Come ha osservato lo storico del movimento non violento Marco Labbate, Alberto se n’è andato proprio nel giorno di san Massimiliano, il patrono degli obiettori di coscienza».
Nelle parole di Gozzo c’è tutto l’affetto e l’ammirazione per le scelte di Trevisan. «Ricordo le grandi manifestazioni studentesche del 1970 a cui partecipavo, ero in quarta magistrale – riprende – Solo tempo dopo ho realizzato che quelle mobilitazioni erano per Alberto. È stato una figura di grande ispirazione per tutto il movimento non violento in Italia. È grazie a lui se l’obiezione nel nostro Paese diventa un fatto collettivo e sociale, prima di lui persone come Pinna e Fabbrini avevano compiuto la stessa scelta ma indipendentemente, vivendo nel privato». L’obiettivo di Trevisan era concreto: testimoniare in prima persona gli ideali della convivenza pacifica e del superamento degli eserciti che intendeva innestare nel tessuto sociale. Nella sua autobiografia antimilitarista Ho spezzato il mio fucile, racconta il grande impegno, condiviso con altri otto giovani, nella Milano del 1971 per redigere una dichiarazione comune e dare così corpo al loro impegno.
Il processo a cui Trevisan fu sottoposto fu il primo i cui atti vennero resi pubblici grazie all’azione di avvocati come Sandro Canestrini, i padovani Giorgio Tosi e Paolo Berti e altri, che spesso difendevano gratuitamente gli obiettori e al coraggio degli attivisti che con un magnetofono registrarono di nascosto le sedute, facendo conoscere al pubblico la violenza e la volgarità di certe difese dei generali imputati: così l’atteggiamento dei giudici nei confronti dei militari cambiò.
«Alberto aveva una missione nella missione: coltivare la memoria dei primi, grandi obiettori, come don Milani, don Mazzolari, Turoldo e molti altri – aggiunge Gozzo – Quello a cui era più legato era certamente Franz Jägerstätter, il giovane contadino austriaco messo a morte per aver rifiutato l’arruolamento nell’esercito nazista. Ha partecipato molte volte al pellegrinaggio a Sankt
Radegund e conservo il ricordo emozionante del 2008 quando arrivando sulla tomba di Jägerstätter, beatificato da papa Benedetto XVI nel 2007, abbiamo incontrato e conosciuto la moglie Franziska, allora 95enne».
Alberto pagò la sua determinazione non solo con il carcere, ma anche con la perdita del posto di lavoro: «Dal carcere di Peschiera scrisse una lettera aperta alla Sip, presso la quale faceva il telefonista, per denunciare come la logica padronale presente nell’azienda non fosse che la prosecuzione di quella umiliante presente nell’esercito».
Infine, Trevisan contribuì a sollevare il velo sulla vergogna nazionale che allora era il carcere militare. «Allora era un luogo di repressione e di abusi psicologici a carico di giovani che avevano risposto male a un superiore o disobbedito a un ordine, l’obiettore Elevoine Santi nel 1951 lo descrive come un luogo di umanità derelitta, in cui l’inedia, la pazzia, la persistenza della disciplina militare, anche in età adulta, e le punizioni a pane e acqua spalancavano la porta alla tubercolosi portando in poco tempo un uomo sanissimo allo strazio. Nel suo passaggio a Gaeta, Alberto Trevisan vide con i suoi occhi la detenzione dorata riservata a Herbert Kappler, il boia delle fosse Ardeatine, che con Walter Reder avevano stanze riservate, la possibilità di scrivere, di leggere il giornale, di ricevere visite e soldi per l’alcol e per farsi servire dagli altri detenuti».
Trevisan, conclusa la vicenda giudiziaria, spese la sua vita come assistente sociale, assessore a Rubano e divulgatore degli ideali non violenti, anche attraverso le colonne di questo giornale.
La scelta di diventare assistente sociale si deve certo anche all’amicizia con don Giovanni Nervo, di cui ha fatto in tempo ad assistere all’avvio della causa di beatificazione, lo scorso dicembre. «Alberto e don Giovanni sono stati veramente Compagni di viaggio, proprio com’è intitolato il secondo libro di Trevisan – ricorda Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione Zancan – Si davano del lei, un lei filiale e paterno, nelle lettere “da e per il carcere di Peschiera”, dove tutto è cominciato». Nervo e Trevisan si erano conosciuto il 9 giugno del 1970 alla stazione di Padova, il giovane in partenza per L’Aquila, chiamato al servizio militare nel corpo degli Alpini, il sacerdote per Avola, dove l’anno prima i braccianti si erano rivoltati alle condizioni di lavoro che calpestavano la loro dignità ed erano stati repressi e uccisi. In quelle carrozze piene di coscritti, Trevisan aveva raccontato il suo «segreto» a Nervo – il proposito di obiettare – e il fondatore della Caritas «Rimase subito scosso e colpito nell’intimo dalla mia
scelta».
Il sogno di diventare giornalista, invece, più che di Alberto Trevisan, era di sua mamma, come Alberto aveva confessato all’allora direttore don Cesare Contarini e nel 2008 il sogno si realizzò. «Ogni volta che ci vedevamo, Alberto mi ripeteva quanto fosse stato importante per lui diventare giornalista pubblicista “con” La Difesa del popolo – ricorda Patrizia Parodi, vicedirettore – «Ma non per il tesserino!» ci teneva a precisare con il suo piglio deciso. Me l’ha detto anche al nostro ultimo incontro, il 13 dicembre scorso, all’apertura della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione di don Giovanni Nervo (che definiva «gigante del Concilio Vaticano II»). Di lui La Difesa aveva scritto più volte, ma ora… toccava a lui scrivere sulla Difesa! Il debutto è stato il 19 febbraio 2006, a pagina 5. Ricordo la sua emozione… Prendeva il via una rubrica settimanale. “Le parole della nonviolenza”. «Quelle parole, scritte numero dopo numero, erano la sua vita e oggi, a vent’anni di distanza – riflette Parodi – conservano tutta la loro attualità. Se lo incontrassi ora – magari alla mensa di via Bonporti, dove gli capitava di “confondersi” tra gli studenti universitari con i quali “attaccava bottone” facilmente – sono certa che mi ripeterebbe (ancora e ancora!) quanto la pace vada costruita con un’auto-educazione continua. Senza delegarla ad altri». Articolo dopo articolo, arrivò al tesserino da giornalista pubblicista: «Era così felice che volle festeggiare con tutta La Difesa: arrivò in redazione con un sacco di prelibatezze preparate dalla moglie Claudia. Portò anche una bella tovaglia, ricordo anche dei fiori per abbellire la tavola… E si fece festa insieme!».
«Negli incontri, in particolare alla Fondazione Zancan, e camminando per la pace da Perugia ad Assisi, Alberto mi evidenziava, serenamente, senza alcuna recriminazione, che lui, quell’ingiusta sofferenza del carcere, l’affrontò con dignità e serenità d’animo, anche perché era “ancorato” all’affetto dei suoi familiari e dei tantissimi amici – ricorda l’amico Franco Piacentini –
Caro Alberto, per chi ti ha conosciuto, nella tua salita al Cielo della Pace, è sufficiente ribadirti che sei stato un grande uomo, con straordinari ideali e comportamenti di fratellanza e di solidarietà, anche se mancherai tantissimo ai tuoi cari familiari, alla società della pace e alle istituzioni costituzionali, resterai comunque sempre con chi ti ha voluto bene».
Alberto Trevisan, nato a Feltre nel 1947, sposato con Claudia, due figli, quattro nipoti, ha abitato a lungo a Rubano, dov’è stato assessore alla pubblica istruzione, educazione alla pace, difesa dei diritti umani. Dopo aver conseguito una laurea magistrale in servizi sociali, ha lavorato presso i servizi psichiatrici e socio-sanitari a Padova. Obiettore di coscienza nonviolento negli anni ‘70, ha subito tre processi presso i Tribunali Militari di Roma e di Padova.
È stato incarcerato presso il Carcere militare di Forte Boccea di Roma, presso il Reclusorio di Gaeta e più volte presso il Carcere militare di Peschiera del Garda.
Ha scontato una pena di 18 mesi di reclusione militare. È stato scarcerato il 23 dicembre 1972 in seguito alla legge sul riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza.