Mosaico
Quando Mauro Pallotta, in arte Maupal, uno dei protagonisti dell’Arte Urbana, ha rappresentato il viaggio finale di Papa Francesco in “l’Eredità”, in un pannello per la pubblicità del Comune di Roma nei pressi della Città del Vaticano, si è avuta la sensazione, anche in chi non conosceva l’arte di strada, che qualcosa di impensabile fosse accaduto.
Il giorno dopo la scomparsa del Papa, uno dei più importanti artisti italiani di oggi, nato proprio a Borgo Pio, era riuscito a penetrare nello spirito del tempo. La vituperata Street art, ritenuta vandalismo e appropriazione indebita di spazi, in questo caso pareti ma non solo, rappresentava il dolore, il rimpianto, la testimonianza di un pontefice che se ne era andato, ma che rimaneva nell’immaginario collettivo di chi abitava le periferie di ogni parte del mondo, non solo Roma.
Oggi il volume firmato da Carla Guidi, “Salvarsi la pelle con l’Arte. In un mondo immaginario e iperconnesso” (Il Vicolo divisione libri, pagine 150, euro 18) ci permette di constatare quanto quella che appariva una forma trasgressiva e blasfema si fosse invece avvicinata al sacro illustrando l’azione di un pontefice. La sua borsa nera, la scritta “valores”, la sciarpa con i colori della squadra del cuore di Bergoglio, il San Lorenzo de Almagro, e quella commovente rappresentazione della parte finale della terrena strada fatta dal Papa in cui si intravedono una ciambella di salvataggio, un annaffiatoio vicino ad una piantina appena spuntata e che ha bisogno d’acqua, con il segno della pace in primo piano, sono parti inscindibili di quella eredità che è anche il titolo dell’opera.
Il libro di Carla Guidi è l’illustrazione al lettore comune di due dimensioni della contemporaneità: la prima è un vero e proprio ritorno, perché come spiega l’autrice, il cosiddetto tatuaggio viene da molto lontano e esprime oggi il tentativo di ridare alla fisicità del corpo quell’importanza che le nuove strategie mediatiche, soprattutto l’intelligenza artificiale, stanno cancellando.
Il rapporto con l’Arte di strada non è così arbitrario come potrebbe sembrare: la seconda dimensione affrontata rappresenta, come scrive l’autrice, “una pelle comune” che quasi protegge chi abita quelle zone dalla turistificazione e la cosiddetta gentrificazione attraverso la riappropriazione anche artistica di quei quartieri.
In questo modo artisti che non fanno parte del sistema culturale dominante hanno modo di emergere non solo come singoli. L’arte di strada ritorna all’antica modalità anonima degli artisti che non si firmavano, perché la loro opera assumeva la dimensione universale di un messaggio destinato a passare attraverso le peregrine mode dettate dai mercati e non per l’antica comunione tra arte, umano, divino, civiltà.
Le illustrazioni che corredano il libro, al cui interno sono presenti interviste a protagonisti dello scenario Street Art o del tatuaggio artistico sono eloquenti: non solo per la presenza ostensiva di papa Francesco -sempre Manzo lo raffigura su un muro come un “Super Pope” in volo con la consueta borsa in soccorso di chi è in pericolo, e la fame, la sete, la guerra sono tra questi-, ma anche per il nuovo vecchio percorso verso le radici: David Diavù Vecchiato ha dipinto sui muri urbani un “Enea, Anchise e…” che mostra quel percorso generazionale narrato da Virgilio e che è all’origine della nostra civiltà.
Ma anche l’attualità, come si vede nei volti di Monica Vitti o Pier Paolo Pasolini raffigurati sempre da Vecchiato su scalinate o sui muri di antichi cinema che hanno dovuto arrendersi di fronte alla solitudine del net che ha sostituito l’essere-insieme nel buio della sala e nel dopo a chiacchierare sul film.
In poche parole la condivisione perduta.