Mosaico
Il Vescovo di Ippona, oggi Annaba, è una presenza ostensiva in “Liberi sotto la Grazia”, che raccoglie scritti, interventi e omelie del Pontefice dal 2001 al 2013, quando era priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino. La fascinazione permanente di una vita, prima ancora del pensiero, che ha fatto capire a molti come la santità venga da molto lontano, e passi attraverso terre desolate, come avrebbe scritto molti secoli dopo un altro grande convertito, T. S. Eliot.
Quel cammino è il senso stesso del messaggio cristiano. Non l’aspettativa di una meta solida e confortevole emerge da queste pagine, ma la certezza che è nel percorso e nella ricerca di senso la ragione ultima. Il pensare: “ecco ho raggiunto finalmente la meta, sono arrivato, chiudete la porta” è lontano dai richiami agostiniani presenti negli scritti di Prevost, come fa notare Joseph L. Farrel, priore generale dell’ordine nella prefazione: il compiacimento di sé per una meta materiale raggiunta è un errore, perché “in realtà, dove ti sei compiaciuto di te, lì sei rimasto”.
E quella della vita come ricerca di senso è una costante della cultura che verrà dopo: fin da quando Agostino indaga il senso del tempo, non trovandone risposta razionale, facendosi tramite tra la concezione paolina del tempo a quella che tornerà con il filosofo Henri Bergson: il tempo umano non è un susseguirsi materiale di segmenti, ma qualcosa che ha a che fare con l’essere profondo, e il suo incommensurabile passaggio in una creazione non riducibile a una materiale evoluzione. La fisica quantistica ha contribuito notevolmente a demolire quelle certezze materialistiche.
E non solo la scienza, perché il fascino di Agostino, con quel suo attraversamento della materia, della cultura e dell’amore fini a se stessi è arrivato anche nel “Secretum” di Petrarca, dove il santo diviene guida e svelatore delle trappole di un amore esclusivo capace di mettere la creatura al posto del suo creatore.
Per non parlare di una scrittrice assai lontana dal cattolicesimo come istituzione, Ethel Mannin, che fin dal titolo di un suo romanzo ha svelato la sua profonda lettura di Agostino: “Tardi ti ho amato”. E le parole dell’allora Priore generale dell’ordine sono la conferma della costante attualità -se per attualità si intende l’attraversamento dei tempi senza cedere alle mode- del pensiero agostiniano.
Prevost parla spesso dell’umiltà: le opere di cui abbiamo parlato hanno in comune l’abbandono della prosopopea della cultura e della fama per tornare all’essenziale. E a Dio. Solo l’umiltà ci può avvicinare a coloro che il grande ritorno del mito della ricchezza e del benessere ha spogliato di ogni cosa e ridotto ai margini. Quei margini che, come fa bene notare Prevost, in Asia e in Africa hanno visto scendere tanta gente, fino a raggiungere i 24.000 morti per fame al giorno.
La condivisione è anche questa: la povertà nella comunione con altri, l’abbandono delle sirene della cultura fine a se stessa.
Si ha la netta sensazione, leggendo queste parole, che il materialismo sbandierato a metà Ottocento come soluzione di tutto sia diventato la testa di ponte del consumismo, dello spreco e dell’inquinamento con cui facciamo terribili conti oggi.
Il nuovo cammino iniziato da Agostino, scrive il futuro papa Leone XIV, è di preghiera, ma anche di comunità, di dare a chi non ha, e di essere sempre in viaggio, perché non ci si deve fermare mai. La città di Dio, l’opera agostiniana più importante per l’occidente, è anche questo. Un cammino in cui le città dell’uomo diventano inizio della strada per tornare a quella di Dio. E città dell’uomo significa anche scienza, di cui non si deve avere paura, anzi: Mendel, guarda caso agostiniano, sta a lì a dimostrarlo con le sue scoperte nel campo della genetica.