Chiesa
Quando è giunta la notizia della scomparsa di Vittorio Messori, avvenuta il 3 aprile, venerdì santo, alcuni non hanno potuto fare a meno di pensare a quella coincidenza con il giorno di una Passione che poi diviene Resurrezione: quello stesso itinerario umano e divino che lo scrittore emiliano (era nato a Sassuolo il 16 aprile 1941) poneva come essenza della fede, oltre le epoche di razionalismo o di dogmatismo, di materialismo o di riapertura alla spiritualità. E in questo suo programma Messori non si è risparmiato polemiche non solo con lo scetticismo intellettuale, ma anche all’interno del mondo della fede, ad esempio nella sua avversione alla teologia della liberazione, nel timore -e nella convinzione- che questa significasse un cedimento a quel marxismo che lo scrittore vedeva come uno dei mali che minavano l’umanità, con quel materialismo radicale che nega ogni trascendenza.
Soprattutto quando nel 1984 uscì “Rapporto sulla fede”, il suo dialogo con l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, molti, soprattutto sul versante del cattolicesimo progressista, lo accusarono di passiva condiscendenza soprattutto quando il futuro Benedetto XVI espose le sue riserve su quella complessa galassia che in America latina proponeva un cristianesimo impegnato nel sociale. Ma a Messori interessava soprattutto la fede sciolta da legami con i tempi umani: era in quella fede che lo scrittore vedeva la fiaccola che illumina le tenebre del nostro cammino.
Per questo si è dedicato alla vita e all’insegnamento di Gesù e ad alcune apparizioni mariane con una prospettiva precisa: passare attraverso i documenti, le testimonianze, i dubbi e, al contrario le certezze, per mostrare quello che era stato anche il suo proprio cammino: dalla fede “scientifica” nel nulla all’intuizione di qualcosa che superi quel nulla in una illuminazione che vada oltre le cose e le loro apparenze.
In “Ipotesi su Gesù”, in “Patì sotto Ponzio Pilato?” come anche “Dicono che è risorto” e “Ipotesi su Maria” lo scrittore analizza le possibili obiezioni, e presenta quelle che potremmo chiamare le ragioni del cuore (Pascal era da lui più amato), e della fede, come dimensioni che possiedono la stessa importanza di quelle di una scienza di una razionalità in continuo mutamento, e spesso contraddittorie.
Quando entra in contatto con la dimensione delle mariofanie, soprattutto le apparizioni di Lourdes, Messori affronta la selva dei documenti più o meno scientifici, notando come alcuni di questi fossero stati redatti da personale medico che poteva avere timore di scontentare le autorità, piuttosto contrarie alla diffusione di una notizia che poteva minare l’iper-razionalità del pensiero politico dominante.
Il cristianesimo che aveva affascinato e convertito lo scrittore di Sassuolo non è una tabula rasa, ma “al contrario, deve affondare le proprie radici nell’humus della storia universale”. Il cristianesimo di Messori, anche quando scriveva sulle pagine de La Stampa (e del suo inserto Tuttolibri), o de Il Corriere della sera, e del “suo” Jesus, non era banalmente ridotto a messaggio mediatico.
Per questo nei momenti del successo di alcune sue opere si allontanò dal clamore mediatico, e quando nel 1993 gli chiesero di colloquiare con Giovanni Paolo II per la realizzazione di “Varcare la soglia della speranza”, lo scrittore espose la sua obiezione: il rischio secondo lui poteva essere quello della riduzione giornalistica di un messaggio che invece, a suo avviso, doveva essere affidato alla tradizione e al tentativo di riportare la fede in un mondo in cui consumismo e materialismo mascherato rischiano di diventare le nuove divinità.