Fatti
Un’ottantina di vacche da latte per oltre 2.500 litri di latte prodotti al giorno: Angelo Pierobon è un allevatore storico di Cittadella, che si ritrova nell’ultima tempesta dei prezzi e della sovrapproduzione; proprio come gli altri suoi 400 colleghi dell’Alta Padovana e 2.800 dell’intero Veneto. Una crisi, quest’ultima, determinata dal vertiginoso e recentissimo calo della domanda. E che il Ministero dell’agricoltura e le associazioni di categoria hanno affrontato con la politica dei prezzi minimi da garantire agli allevatori. Nella fattispecie si tratta di 54 centesimi al litro fissati per gennaio, 53 per febbraio, 52 per marzo. In ogni caso, solo nelle prossime settimane si potrà verificare l’efficacia di questa misura.
«Peccato per questa situazione, nel secondo semestre dell’anno scorso c’era stata una leggera ripresa del settore – spiega sconsolato Angelo Pierobon – Più che altro, mi sembra che lo stesso esubero sia ingiustificato se non per effetto di qualche speculazione. Ma se va avanti così, chiudo definitivamente le stalle dopo cinquant’anni di attività».
A denunciare il tutto sono state a inizio anno le stesse associazioni di categoria, come la Cia Veneto. Il timore di base è che i problemi siano strutturali e non momentanei, essendo dipendenti dall’andamento del mercato globale. Per quanto riguarda i numeri, circa il 60 per cento del latte prodotto dalle aziende agricole venete (per 130 mila capi complessivi) è contrattualizzato mediante le cooperative cui viene conferito; nel caso di Pierobon, alla Granlatte Granarolo. Il fatturato annuo regionale, invece, si attesta sui 600 milioni di euro. «La comunicazione che invita a una minor produzione – aggiunge il presidente di Cia Veneto, Gianmichele Passarini – è un allarme che va ascoltato, in primo luogo dalle istituzioni. Non sono i produttori a scegliere il prezzo; al contrario, lo subiscono. Pesanti difficoltà pure per il latte spot, cioè il latte crudo (non ancora trasformato) che viene venduto sul mercato “a pronti” senza contratti a lungo termine tra allevatori e industrie. Il relativo prezzo può cambiare spesso, come per l’appunto sta succedendo adesso».
Tra gli operatori del settore, tuttavia, c’è anche chi invita alla calma: «Non lasciamoci prendere dal panico, con 54 centesimi al litro ci restano margini di guadagno – ribatte un altro allevatore, Matteo Sgambaro di Villa del Conte, 110 capi di bestiame e una tradizione familiare altrettanto lunga, che pure lavora per la Granarolo – C’è stato un “ingorgo” a livello globale, è vero, perché i produttori della Nuova Zelanda hanno venduto il proprio latte alla Cina al posto di quelli tedeschi. E questi ultimi hanno riversato a livello europeo i propri esuberi produttivi. Senza dimenticare che tra le stesse regioni italiane sussistono differenze: secondo gli ultimi dati, in Lombardia hanno prodotto mediamente più latte che in Veneto. Aggiungiamo, infine, che le festività natalizie portano spesso a una contrazione nell’acquisto di prodotti caseari e che abbiamo. Ma il nostro è sempre stato un mercato altalenante. Per cui, niente allarmismi, abbiamo passato momenti peggiori, come durante il Covid».