Nel Sudafrica dell’apartheid, il grido “amandla!” risuonava spesso nelle manifestazioni per la fine del regime razzista. Amandla, parola zulu e xhosa che significa potere ma anche libertà, stava a indicare il desiderio di un passaggio del potere dalla minoranza bianca alla maggioranza nera. Si trattava di un grido che risuonava anche nei Paesi limitrofi, legati dalla dipendenza delle loro economie a quella del Sudafrica.
Dopo la fine dell’apartheid, la popolazione dovette fare i conti con un Paese che scivolava sempre più verso il fallimento democratico. Una volta eclissati leader come Mandela e Mbeki, il Sudafrica ha visto crescere il fenomeno del clientelismo, della corruzione, delle amministrazioni opache così comuni ad altri Paesi subsahariani. Non che le varie popolazioni subissero inermi. Nel 2024, le elezioni tenutesi in Sudafrica, Botswana e Namibia avevano messo fine ai partiti dominanti, e aperto la strada a governi costretti alla collaborazione tra partiti diversi. Ma il cammino non è stato facile. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa è stato confermato, ma a sostenerlo non è più il solo partito African National Congress (Anc). L’Alleanza Democratica – portavoce delle minoranze bianca e asiatica – sostiene Ramaphosa, ma senza troppi entusiasmi. Questo mentre il Paese è in chiaro declino. Da forza motrice di tutta l’Africa meridionale, il Sudafrica sta vivendo un’implosione economica che ha preso alla sprovvista molti analisti. Il rand, moneta nazionale, ha perso molto sui mercati internazionali, e le ricchezze minerarie non sembrano più in grado di fare da volano per l’economia.
Botswana, Namibia, Zimbabwe e Zambia, stanno anch’esse vivendo momenti difficili. C’è chi desidera istituire governi di tendenza dittatoriale, e chi cerca di navigare a vista senza una chiara maggioranza politica. Non bisogna però essere pessimisti, vi sono anche segnali di ripresa. Ovunque vi sono timidi segnali di resistenza alla corruzione, tentativi di richiamare nel Paese i cervelli fuggiti all’estero, un rinnovato senso di importanza dei servizi sociali e di sviluppo diffuso. Non da ultimo, va notato lo sforzo profuso dal Sudafrica per gestire un G20 di successo. Nonostante i tipici giochi di potere dei più grandi, specialmente del presidente statunitense Donald Trump, i diplomatici sudafricani sono riusciti a evitare i trabocchetti della politica americana. Hanno invece rinforzato le basi per il consolidamento di un blocco di Paesi dal Sud del mondo che possa contrastare la preponderanza occidentale, ma anche l’alleanza Russia-Cina.
Il G20 (22-23 novembre 2025) ha focalizzato il bisogno di ridisegnare il regime fiscale e bancario internazionale, che ora penalizza i Paesi in via di sviluppo; così come l’urgenza di costruire nuovi modelli di commercio, che tenga conto dei diritti dei Paesi fornitori di ricchezze minerarie necessarie ai Paesi occidentali. Quella delle risorse minerarie è un’importante area di discussione. Se l’Africa saprà gestire bene la sua ricchezza, potrà davvero dare una spinta decisiva allo sviluppo e alla lotta contro la povertà. Per questo occorrerà una leadership politica lungimirante e capace. I Paesi dell’Africa australe potrebbero assumere il ruolo guida necessario a questa sviluppo.