Fatti
Prevenire e contrastare il lavoro sommerso, il caporalato, tutelare e integrare i cittadini di Paesi terzi vittime o potenziali vittime di sfruttamento lavorativo. Sono questi gli obiettivi del progetto Commond Ground, ripartito a marzo dopo il positivo esperimento concluso nel 2025. Promotori della “task force” anti-sfruttamento sono le Regioni Veneto, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna e Piemonte, assieme al Ministero del lavoro. Corposo il budget stanziato dalla Giunta, che ha a disposizione oltre 3 milioni e mezzo di euro su un totale di 15 finanziati dal Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami) 2021-2027. «Il nuovo progetto dà continuità all’esperienza già realizzata e conclusa il 30 settembre scorso, che ha implementato un sistema integrato di prevenzione, identificazione, protezione e inclusione – ha dichiarato l’assessore regionale ai servizi sociali Paola Roma – Ora inizia un nuovo capitolo per questo progetto davvero rilevante per garantire protezione e misure di prevenzione rispetto all’odioso fenomeno del caporalato e del lavoro sommerso. Gli obiettivi sono migliorare l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, aumentare competenze professionali e trasversali, rafforzare le attività di vigilanza e controllo, potenziare il sistema di protezione e migliorare la conoscenza del fenomeno nei diversi settori economici».
L’avvio di Common Ground parte da basi (anche numeriche) solide, visto il lavoro svolto tra il 2024 e il 2025. La Regione e Veneto Lavoro rendono noto che sono state raggiunte oltre 4 mila persone con più di 900 prese in carico; 385 sono stati i colloqui, 120 gli operatori formati e 150 persone reinserite nel mondo del lavoro; inoltre sono state coinvolte attivamente 86 associazioni di persone migranti operanti sul territorio regionale attraverso un intenso lavoro di sensibilizzazione e co-progettazione. Tra gli altri partner figurano anche Anci e l’Università di Verona, in rete con le Università di Venezia e Padova.
Considerati i numerosi soggetti e le molte attività realizzate, abbiamo chiesto a Veneto Lavoro quali sono i settori produttivi e le aree territoriali maggiormente esposte. «In merito a questo – rispondono Elisabetta Grigoletto e Dolores Viero, rispettivamente direttrice e coordinatrice la seconda del progetto – Common Ground ha restituito soprattutto un dato metodologico: il fenomeno presenta caratteristiche complesse e in larga parte sommerse, e richiede quindi prudenza nelle letture semplificate. Il lavoro svolto in Veneto si è concentrato principalmente sulla prevenzione e sulla costruzione di percorsi di lavoro regolare come principale leva di tutela». Malgrado la complessità di una mappatura dei fenomeni, le slide presentate al termine del progetto dello scorso anno evidenziano alcuni dati: l’agricoltura è il settore più colpito, con il 41,5 per cento dei casi registrati. Il caporalato, in questo contesto, si manifesta come un sistema di intermediazione illecito che sfrutta la precarietà dei contratti a termine e la vulnerabilità dei lavoratori migranti. Logistica, Grande distribuzione organizzata e tessile rappresentano ciascuno l’11,5 per cento dei casi; in particolare, la logistica vede forme di caporalato tecnologico, dove algoritmi determinano i ritmi di lavoro, e sfruttamento di lavoratori in nero; mentre il settore tessile presenta frequenti condizioni di lavoro precarie e impiego di lavoratori in nero, spesso in laboratori gestiti da imprenditori stranieri. L’edilizia costituisce il 14,5 per cento dei casi con violazioni che riguardano principalmente la sicurezza sul lavoro e l’impiego di manodopera irregolare; turismo e ristorazione presentano infine percentuali inferiori. Grigoletto e Viero aggiungono: «Per il Veneto il coordinamento istituzionale è stato affidato alla Regione del Veneto-Direzione servizi sociali, mentre la Direzione lavoro ha partecipato come partner regionale per la parte relativa alle politiche attive, attivate attraverso voucher personalizzati e percorsi di orientamento, accompagnamento al lavoro, formazione e tirocinio realizzati con il supporto operativo di Veneto Lavoro e della rete dei centri per l’impiego».
Un ruolo fondamentale nell’intercettare lavoratori e lavoratrici a rischio lo hanno svolto i Cpi, come spiegano ancora Grigoletto e Viero: «Attraverso un percorso partecipativo che ha coinvolto operatori e operatrici dei Cpi di tutte le province venete, sono state raccolte indicazioni molto concrete per migliorare l’accessibilità dei servizi, come per esempio mediazione linguistico-culturale stabile, materiali informativi multilingue, semplificazione delle procedure, maggiore attenzione ai tempi di presa in carico e possibilità di attivare punti di accesso territoriali più vicini ai contesti di vita delle persone. Le raccomandazioni emerse hanno inoltre sottolineato la necessità di superare approcci standardizzati, introducendo modalità di presa in carico più personalizzate. In questo quadro è essenziale anche l’integrazione tra dimensione lavorativa e bisogni sociali, abitativi, sanitari e giuridici con raccordi strutturati tra servizi pubblici, Terzo settore e altri soggetti competenti».
Con Common Ground, ha rimarcato l’assessore Roma, si punta a costruire un sistema pubblico stabile di prevenzione e contrasto allo sfruttamento lavorativo dei cittadini di Paesi terzi, combinando presa in carico personalizzata, rafforzamento istituzionale e sensibilizzazione del territorio.
Secondo un monitoraggio condotto dalla Cgil, nel 2025, in Veneto, sono state censite oltre 250 notizie di reato legate allo sfruttamento lavorativo e al caporalato, una media di oltre 20 casi al mese. Tra le 250 notizie di reato, sono stati registrati 159 episodi tra morti e gravi infortuni sul lavoro, 14 casi di caporalato conclamato, 47 casi di lavoro nero e 21 truffe ai danni dello Stato. Nel Veronese, per esempio, sono stati scoperti 33 braccianti indiani, costretti a lavorare 12 ore al giorno senza paga. A Vedelago (Treviso) altri lavoratori indiani impegnati nella raccolta del radicchio vivevano in condizioni disumane. Tra il 2018 e il 2020 oltre 5.500 lavoratori sono stati sfruttati in Veneto.