Chiesa
Una chiamata alla corresponsabilità: è quella che i vescovi della Campania rivolgono – nell’appello “sulla dignità della persona, il bene comune e le responsabilità verso la nostra terra” diffuso a luglio – in particolare a coloro che sono impegnati in politica e, al tempo stesso, seguono la stella polare del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa. In un’intervista al Sir il presidente dei vescovi campani, mons. Antonio Di Donna, ha detto di aspettare ora un feedback da parte dei cattolici impegnati in politica in Regione. Abbiamo sentito Nicola Campanile, presidente di “Per le Persone e la Comunità” (“Per”), una rete di azione politica composta da uomini e donne provenienti dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, del Terzo settore, laici credenti in dialogo con tutte le persone di buona volontà per realizzare il bene comune nel territorio.
Quale aspetto l’ha colpita dell’appello dei vescovi campani?
Secondo noi di “Per”, la cosa più importante è questa richiesta di confronto, questa apertura al dialogo da parte dei vescovi campani, questo atteggiamento di disponibilità e di umiltà a voler incontrare le forze politiche, in particolare quelle che s’ispirano alla Dottrina sociale della Chiesa e si dichiarano cattoliche. Questo è l’aspetto più importante, in un momento in cui la politica invece tende a chiudersi sempre di più, ad essere autoreferenziale. Con questa proposta dei vescovi è come se si aprissero delle finestre per fare entrare aria fresca nel mondo della politica. E l’atteggiamento è appunto quello dell’ascolto.
I vescovi hanno lanciato un segnale di apertura, di disponibilità al confronto. E un grande incoraggiamento soprattutto per chi è impegnato in politica da cattolico.
I vescovi, infatti, si rivolgono in particolare ai cattolici impegnati in politica…
Noi di “Per” siamo stati così sensibili a questo invito che io e il segretario, Peppe Irace, eravamo presenti alla conferenza stampa di presentazione dell’appello, insieme al nostro circolo cittadino di Pompei di Per, con il coordinatore Rosario Alfano. Dopo la Settimana sociale di Trieste, due anni fa, è nata la Rete di Trieste, un gruppo di amministratori locali di ispirazione cattolica. Il tema della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia era politico, “Al cuore della democrazia”:
Papa Francesco e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sono stati presenti, hanno lanciato un forte appello ai cattolici impegnati in politica a fare rete, non per creare un nuovo partito, ma per creare un nuovo spartito su cui suonare insieme, nel rispetto della legittimità di scelte diverse tra i vari campi,
perché nessuno ha più la nostalgia della Democrazia cristiana, nessuno vuole rifare la Dc. Per un cattolico impegnato in politica c’è la mappa della Dottrina sociale della Chiesa da seguire. La Rete di Trieste – io sono tra gli 80 promotori di questa rete – adesso conta più di 1.000 amministratori di tutti i partiti politici, di centrodestra e di centrosinistra. In Campania mons. Di Donna ha una grande attenzione verso la Rete di Trieste, promuovendo incontri tra i nuovi amministratori campani.
Quali sono i temi che deve avere a cuore un cattolico impegnato in politica?
Per quanto riguarda i temi concreti,
per noi è importante la vita, dal grembo materno ai barconi dei migranti. Ci prendiamo cura di promuovere politiche che custodiscono la vita dal suo inizio sino alla sua fine. Non a pezzi.
Mons. Di Donna ha parlato nell’intervista al Sir proprio della schizofrenia che colpisce anche chi è impegnato in politica e dice di seguire la Dottrina sociale della Chiesa: c’è chi predilige i temi della famiglia e della vita e chi predilige le questioni sociali. Come si può superare questa schizofrenia?
Questa schizofrenia nasce anche dal sistema politico, ormai sostanzialmente bipolare che costringe i cattolici impegnati in politica a fare anche delle alleanze per essere incisivi, per essere presenti nella politica.
A sinistra abbiamo il problema di chi si batte molto per i diritti sociali e anche i diritti delle libertà individuali, dall’aborto all’eutanasia. Mentre a destra c’è un individualismo sfrenato che porta perfino a chiudere le porte a chi con i barconi arriva a casa nostra, fino a prevedere come soluzione quella di farli affogare in mare. Questo è inaccettabile. Con Per ci poniamo al centro della politica: noi alle regionali in Campania siamo andati da soli proprio perché abbiamo visto due proposte scadenti dal centrodestra e dal centrosinistra.
Mons. Di Donna ha detto che serve un metodo di confronto e lettura condivisa prima di legiferare…
Su questo dobbiamo fare un apprezzamento per Vincenzo De Luca, perché quando si è trattato di lavorare su una proposta di legge sul fine vita, subito ha invitato la Conferenza episcopale campana e le altre associazioni a un confronto per ragionare su questo tema delicatissimo rispetto al quale in Italia rischiamo di avere una sorta di vestito di Arlecchino dove ogni regione fa la sua legge regionale, dato che il Parlamento non ha ancora dato seguito alla sentenza della Corte Costituzionale su questo tema.
L’attuale presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ha adottato un provvedimento che mons. Di Donna ha ribattezzato “deospedalizzazione dell’aborto”, senza confrontarsi minimamente con le associazioni che possono accompagnare le donne in questo momento particolare. C’è il problema reale di stare vicino alle persone nei momenti di difficoltà. L’aborto rappresenta un grande trauma per una donna.
Quanto i cattolici impegnati in politica possono contribuire ad adottare questo metodo di confronto e lettura condivisa?
Don Luigi Sturzo fondò il Partito popolare italiano pronunciando nel gennaio del 1919 l’Appello ai liberi e forti. Oggi noi cattolici sicuramente siamo liberi perché la nostra coscienza ci impone di essere fedeli a certi valori e al Vangelo, però siamo anche meno forti perché siamo divisi, frammentati, marginali in politica. Credo che nelle parole di mons. Di Donna, ma anche nell’attenzione che prima Papa Francesco e ora Leone XIV stanno dando all’impegno dei cattolici in politica, ci sia un invito ai cattolici a partecipare, a essere massa critica, a essere lievito, a essere anche sale, ma non un granellino di sale perché non basta da solo a salare l’acqua, bisogna essere resistenti.
Occorre che i cattolici partecipino alla vita democratica e politica del Paese.
Invece, purtroppo, nella massa degli astensionisti ci sono anche tanti cattolici praticanti. Dobbiamo tornare a sentire il dovere civico di partecipare alla vita democratica del Paese, anche perché come ci insegna il Magistero della Chiesa, con san Paolo VI, la politica è la forma più alta di carità e, come ci ha detto Papa Francesco, è un dovere per i cristiani impegnarsi in politica. E se la politica è sporca, lo è anche perché noi cattolici, cristiani e persone di buona volontà, anche non credenti, ce ne stiamo allontanando. Io penso anche a un segnale bellissimo che è arrivato da Papa Leone.
Quale?
Il 7 settembre 2025 ha canonizzato Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati. Quest’ultimo, giovane studente torinese di ingegneria, impegnato tra il volontariato, l’Azione cattolica, la Fuci, la San Vincenzo, era anche iscritto al Partito popolare, anzi era un militante attivo del direttivo torinese del Partito popolare, attaccava i manifesti facendo a botte con le squadracce fasciste. Quando Mussolini, da presidente del Consiglio, andò in visita di Stato a Torino e la Fuci espose al Circolo Balbo il proprio gonfalone, Frassati si dimise dalla Fuci non riconoscendosi più in essa perché Mussolini stava trasformando l’Italia in una dittatura. Un uomo così coraggioso è stato fatto santo e io credo che sia il primo santo che abbia una tessera di partito in tasca e soprattutto abbia fatto parte di un direttivo di un partito. È stato anche un antifascista.
I santi, come sappiamo, sono dei cartelli indicatori, indicano la strada ai cristiani per la santità, che è una chiamata universale. Aver Pier Giorgio Frassati come santo vuol dire mandare un segnale forte. La politica è la forma più alta di carità. Non possiamo fare deleghe in bianco a nessuno e non votare credo che sia sostanzialmente un peccato d’omissione.
Come possiamo riappassionare giovani e meno giovani alla partecipazione?
Noi abbiamo visto che nei partiti spesso noi cattolici veniamo considerati come delle figurine da mettere come indipendenti per spargere nelle liste un po’ di cattolicesimo democratico, ma senza avere un vero peso. Noi abbiamo scelto una via diversa: “Per” è una rete di azione politica costituita da laici credenti in dialogo con il mondo. La nostra forza sono proprio i giovani: noi siamo nati in Campania ma ci stiamo estendendo in varie regioni d’Italia e abbiamo una percentuale di giovani altissima. Recentemente abbiamo presentato in un’assemblea pubblica i nuovi eletti alle amministrative di Per, l’età media è bassissima e abbiamo anche tante donne che ricoprono un ruolo di responsabilità. Stiamo riuscendo a far appassionare i giovani alla politica perché per noi i giovani non sono il futuro, sono il presente: la loro vita dipende da quello che si decide adesso. Puntiamo molto anche sulla formazione e siamo molto attenti ai temi che stanno a cuore ai giovani.
Da noi i giovani diventano protagonisti.