Un quartiere che diventa “casa”, comunità, luogo di aiuto reciproco e cura della vita. “La casa è il quartiere”. È l’espressione che ti ripetono tutti nelle “villas” di Buenos Aires, dopo duecento giorni praticamente ininterrotti di lockdown. Ce lo dice il vescovo di San Justo, mons. Eduardo García, il parroco di La Matanza, il cura villero padre Tano Angelotti, il medico Ricardo Paiva, che sempre a la Matanza ha aperto un ambulatorio con un servizio di ambulanza. Ce lo rivela, perfino, un originale programma televisivo tutto dedicato alle opere cui la “fantasia della carità” ha dato vita in questa immensa periferia. L’Argentina è stato il primo Paese dell’America Latina a chiudere tutto. È grazie alle parrocchie delle villas se i drammatici effetti sociali di questo lungo blocco - mancanza di lavoro, chiusura delle scuole, sovraffollamento nelle piccole e fatiscenti abitazioni, la presenza della criminalità e del narcotraffico - sono stati attutiti e non sono diventati devastanti
Tutta l’Argentina abbraccia e piange il suo mito, il calciatore Diego Armando Maradona, morto a ieri a 60 anni per un attacco cardiaco nella sua abitazione di Tigre. Mentre il Governo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, si moltiplicano le reazioni, i messaggi e le preghiere. Come ha trovato conferma il Sir, nelle dichiarazioni a caldo raccolte in ambito ecclesiale e nei quartieri popolari della periferia “bonaerense”, nelle villas di cui el pibe de oro è stato figlio, a partire da Villa Fiorito, il suo quartiere natale
“Quando sono arrivato qui, nel 2014, già Rosario era famosa per il narcotraffico e i suoi livelli di insicurezza”, racconta al Sir monsignor Eduardo Eliseo Martín, arcivescovo della città argentina sul fiume Paraná. La città, che si trova 300 chilometri a nord di Buenos Aires, con oltre un milione di abitanti, è la terza dell’Argentina. Un luogo molto pericoloso, dove si è assistito ad un'escalation di fatti di sangue che, di recente, non hanno risparmiato neppure una bimba di 18 mesi, colpita durante una sparatoria. Una violenza, spiega mons. Martín, che emerge da “una società che ha iniziato a considerare naturale il consumo di sostanze stupefacenti e non ha lavorato nella prevenzione e nell’assistenza delle persone che ne soffrono”
Con il “cambio della guardia” avvenuto lunedì 9 novembre, può dirsi compiuto per le Chiese della Panamazzonia il processo di “ristrutturazione”, anche dal punto di vista strutturale, frutto del Sinodo di un anno fa. Il cardinale Pedro Barreto, gesuita peruviano, arcivescovo di Huancayo, ha assunto la presidenza della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), mentre il brasiliano João Gutemberg Sampaio, inizia a lavorare da Manaus come segretario esecutivo. La Repam si interfaccerà con la nuova “creatura” proposta dal Sinodo, la Conferenza ecclesiale panamazzonica (Ceama), che nei giorni scorsi ha tenuto la propria assemblea, sotto la guida dell’ex presidente della Repam, il cardinale brasiliano Claudio Hummes. Proprio con il cardinale Barreto il Sir ha fatto il punto sulle sfide “post-sinodali” per le Chiese e i popoli della Panamazzonia, a conclusione del nono Forum sociale panamazzonico (Fospa), al quale prende parte anche la Repam
Città del Messico è una delle più grandi città del mondo, probabilmente quella con il più alto numero di cattolici: si parla di oltre 4 milioni di battezzati nell’attuale territorio dell’arcidiocesi. Ma non mancano grandi contraddizioni, squilibri, situazioni di crescente secolarizzazione e, a volte, di anticlericalismo. Difficile, in una situazione così complessa, mentre il Covid-19 continua a portare malattia e morte, immaginare di dare vita a una missione diocesana. Eppure è proprio questa l’idea che è venuta all’arcivescovo, il card. Carlos Aguiar Retes, il quale ha appunto convocato una “Megamisión”, iniziata il 18 ottobre, Giornata missionaria mondiale, con un fitto programma che avrà il suo culmine, con 72 ore consecutive di attività, tra qualche giorno e precisamente tra il 13 e il 15 novembre
Nel suo cammino da Nicaragua e Honduras verso il Guatemala, la tempesta tropicale Eta ha lasciato una scia di distruzione e morte, mentre ora si trova nel mar dei Caraibi, diretta verso Cuba e la Florida. In Guatemala sono almeno 50 le vittime, circa 55.000 le persone direttamente colpite. I vescovi esprimo “solidarietà e vicinanza” e lanciano un triplice appello ad istituzioni nazionali e locali, comunità internazionale e ai guatemaltechi
Un berretto porpora, com’è quello “tradizionale” dei cardinali, ma al tempo stesso coloratissimo, come lo è spesso la sua mitria, in omaggio ai popoli indigeni del Messico e soprattutto del Chiapas. Nella scelta dei nuovi cardinali, assume particolare importanza quella di mons. Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas, che ha compiuto ottant’anni lo scorso 1° maggio e non sarà, dunque, un candidato “elettore”. “Questo, più che un titolo personale, è un riconoscimento ai popoli indigeni”, spiega al Sir in questa intervista.
Luis Arce, ex ministro dell'Economia dell'ex presidente Evo Morales ha vinto le elezioni presidenziali in Bolivia. Una vittoria più ampia rispetto a sondaggi - Arce è accreditato del 53% dei voti - , che contemplavano la possibilità di un ballottaggio. Nelle sue prime parole, Arce ha lanciato un appello per un Governo di unità nazionale. La presidente uscente ad interim Jeanine Añez ha riconosciuto il risultato e rivolto un appello alla pacificazione. Le elezioni si sono svolte complessivamente in modo pacifico, ma in un clima di grande tensione. Importante il ruolo della Chiesa boliviana, che in questi mesi ha coordinato un’azione di monitoraggio assieme all’Onu e all’Unione europea