Storie
Il 1226 per la Chiesa cattolica, e non solo per lei, è un anno da ricordare soprattutto per la scomparsa, il 4 ottobre, di Francesco d’Assisi, il santo patrono principale d’Italia, insieme a santa Caterina da Siena, fondatore dell’ordine dei frati Minori, simbolo dell’amore cristiano per il Creato, per la povertà e la solidarietà con gli ultimi. Ma per la Chiesa di Padova c’è un’altra figura santa che segna con la sua morte questo 800° anniversario, una donna nata in una delle famiglie nobili più importanti del Veneto e d’Italia, gli Estensi, che scelse di farsi monaca e di vivere in povertà in un piccolo monastero arroccato sulla cima dei Colli Euganei.
Beatrice, così si chiamava la marchesina, era nata nei primi anni dell’ultimo decennio del 12° secolo (per inciso, in quegli stessi anni nascevano santa Chiara ad Assisi e sant’Antonio a Lisbona), secondogenita di Azzo VI d’Este, che aveva sposato in seconde nozze Sofia di Savoia, figlia di Umberto III il Beato. Sono anni cruciali per la casa estense di cui Azzo VI nel 1193 assumerà la guida. Poco più che ventenne, appena succeduto al nonno, Azzolino viene confermato nella carica di vicario imperiale di tutta la Marca Trevigiana, che comprendeva Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Trento, Feltre e Belluno. Sotto la sua guida gli Estensi rafforzarono il loro potere sul Veneto meridionale, dalla Bassa Padovana al Polesine da Vicenza a Verona, su Ferrara e Mantova, venendo quindi nominato dal papa Innocenzo III marchese di Ancona. La famiglia aveva come principali alleati i Sambonifacio di Verona e i Camposampiero e come acerrimi nemici i da Romano e i Torelli di Ferrara
Nei primi anni di vita, sull’educazione della piccola Beatrice esercitò un forte influsso la figura materna, con l’esempio di una religiosità profonda e di generosa carità verso i poveri. Ma Sofia morì che la figlia aveva appena una decina d’anni e il padre di lì a poco si risposò con la principessa Alisia di Antiochia da cui ebbe due figli, Azzo (o Azzolino Novello) e Costanza. In quel tempo la corte estense stava diventando una delle capitali della lirica cortese in Italia, con l’afflusso di molti trovatori provenienti dalla Provenza, travagliata dalla crociata albigese. Poeti come Aimeric de Peguillian, Guilhelm de la Tor, Peire Ramon de Tolosa e il bolognese Rambertino Buvalelli, appartenenti alla “giulleria di Calaone”, fecero di Beatrice l’oggetto del loro “corteggiamento galante” cantandone la bellezza e la gentilezza. Non è dato sapere quanto la giovane donna restasse affascinata da quegli elogi cortigiani, forse mossi proprio dal proposito di distoglierla dalla determinazione di farsi monaca, ma la fragile poesia del castello di Calaone venne infranta da una prolungata serie di lutti. Il 18 novembre 1212, quando Beatrice aveva vent’anni, le morì il padre mentre a Verona cercava di risollevarsi dalla pesante sconfitta di Pontalto, inflittagli da Ezzelino II il Monaco. Il fratello maggiore di Beatrice, Aldobrandino, che prese in mano le redini della casata, si trovò subito finanziariamente in cattive acque e dovette cedere in ostaggio ai banchieri fiorentini il fratello Azzolino Novello, di una decina d’anni appena. Ma anche la stella di Aldobrandino tramontò in fretta: non fece a tempo a ristabilire la posizione degli Estensi nel Veneto, a Ferrara e ad Ancona, che, in quella città appena riconquistata, nel 1215, trovò la morte, forse per avvelenamento. Quello stesso anno morì la sorella Costanza, di pochi anni. Alisia, rimasta sola, con 900 denari veneti ottenuti vendendo vaste
proprietà all’abbazia di Vangadizza, riscattò dai fiorentini il figlio che divenne marchese sotto la tutela della madre e dei nobili Alberto da Baone e Tisone da Camposampiero.
A questo punto, ristabilite almeno in parte le sorti estensi, nonostante la perdita di potere della casata, si ricominciò a pensare a un matrimonio politico per Beatrice, che aveva ormai 24 anni: c’era anche un candidato, il marchese Guglielmo Malaspina. Ma fin dalla scomparsa del padre, la giovane stava seriamente pensando di dedicarsi totalmente al Signore, come evidenzia la lettera, di cui pure non è pienamente comprovata l’autenticità, che Beatrice stessa avrebbe inviato a papa Innocenzo III e che leggiamo inserita dal maestro di grammatica e retorica Boncompagno da Signa nella sua Retorica antiqua composta nel 1215-26. Il progressivo distacco della marchesina dalla vita del secolo e dall’ambiente di corte con il proposito di farsi monaca, sfuggendo così alle logiche matrimoniali volte solo a un consolidamento economico e politico della casata, si risolse alla fine con un gesto clamoroso: il suo “pio rapimento” da parte di Giordano Forzaté, priore di San Benedetto di Padova, e Alberto, priore del monastero di San Giovanni di Montericco. Con uno stratagemma i due religiosi la fecero uscire dal castello di Calaone e la portarono nel vicino monastero di Santa Margherita sul Salarola, dove rimase un anno e mezzo senza ancora vestire l’abito religioso. Alla metà del 1221 Beatrice, riconciliata con la famiglia, fondò con una decina di compagne una nuova comunità, facendo restaurare il monastero abbandonato di San Giovanni Battista sul monte Gemola, concessole dal vescovo di Padova. Dopo una prima fase di vita comunitaria spontanea, in cui l’esempio di Beatrice attrasse numerose fanciulle di nobili natali, il monastero entrò nella regola benedettina.
Siamo intorno al 1220-21: in quegli anni san Francesco, tornando dalla Palestina, fondò a Padova, secondo la tradizione, un convento di Clarisse, in cui entrò la giovanissima Elena, della famiglia Enselmini, futura beata. Il progetto di santa Chiara d’Assisi di fondare una congregazione di suore su modello dei seguaci di Francesco stava naufragando di fronte all’impossibilità per la Chiesa del tempo di concepire una consacrazione religiosa femminile che escludesse la rigorosa clausura. Giordano Forzaté, principale sostenitore della vocazione di Beatrice, fondò in quegli anni l’Ordo monachorum alborum Sancti Benedicti de Padua, noto come movimento degli “albi”, strettamente legato al vescovo di Padova, con la presenza di monasteri “doppi” in cui le comunità religiose maschili e femminili, pur separate, avevano in comune la direzione e alcune funzioni. Il monastero del Salarola entrò in questa congregazione. Pur scegliendo una regola religiosa tradizionale, si può ritenere, come sottolinea lo storico Antonio Rigon, che la fondazione della futura beata si inserisca in quelle correnti di spiritualità nuova «aperte al mondo religioso femminile, impegnate nel recupero di comunità irregolari, disponibili ad assumersi la cura delle vocazioni femminili».
Beatrice non volle essere badessa, ma visse i pochi anni che le restavano in povertà e preghiera, morendo il 10 maggio 1226. La leggenda vuole che la sua morte sia stata annunciata da una colomba che quel giorno si posò sul suo desco fissandola intensamente.

L’ottavo centenario della morte di Beatrice d’Este verrà celebrato con varie iniziative da Provincia di Padova, Comune di Este e comunità religiose estensi. A metà aprile la 23a edizione di “Este in fiore” sarà dedicata a “I giardini di Beatrice”, omaggio a una figura simbolo di armonia, sensibilità e spiritualità. Il tema – indicano gli organizzatori – invita a riscoprire il giardino come spazio contemplativo e rigenerante, dove storia e natura s’intrecciano (informazioni: esteinfiore.it).
Il segno più consistente in memoria della beata estense sarà il restyling di villa Beatrice sul monte Gemola, finanziato dalla fondazione Cariparo con 750 mila euro, che si concluderà in marzo. La villa, la chiesetta, il museo naturalistico degli Euganei, la mostra sul monastero e il parco sono interessati da un ampio progetto di valorizzazione e rifunzionalizzazione che unirà storia del luogo e tecnologie multimediali. Parallelamente, la Provincia interviene con 350 mila euro per rifare tetto, balconi, infissi e impianti, inclusa la nuova illuminazione monumentale e dell’area d’accesso, per migliorarne la fruizione serale. Informazioni: provincia.padova.it/villa-beatrice-deste
L’esempio di Beatrice continuò a essere terra fertile di santità: due sue nipoti, entrambe di nome Beatrice, vissero santamente ispirandosi al suo modello, e furono anch’esse dichiarate beate. Beata divenne anche una delle consorelle che per prime la seguirono, Giuliana di Collalto.