Fatti
Ogni giorno che passa, la situazione si aggrava, e rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra civile. Da un mese, la Bolivia è paralizzata. Soprattutto, sono paralizzate alcune delle principali città: la capitale, La Paz; la vicina El Alto, sede dell’aeroporto e fondamentale nodo viario verso le altre città dell’altopiano occidentale; importanti strade e infrastrutture. I blocchi stradali promossi dalla Central obrera boliviana e dai settori contadini continuano a paralizzare vie strategiche, causando carenze alimentari, e grossi problemi di carattere sanitario. Difficile tracciare un bilancio, che finora, ufficialmente, è di 9 morti, tra cui 6 per impossibilità di cure mediche, di centinaia di feriti e di arresti. Ma nel conteggio mancano, sicuramente, molti malati che possono essere adeguatamente curati o trasferiti, mentre negli ospedali scarseggia ormai l’ossigeno.
Il Governo guidato da Rodrigo Paz, il primo presidente non di sinistra dopo vent’anni, a parte una brevissima parentesi, minaccia di usare le maniere forti, e il Senato ha approvato una legge per istituire lo stato d’eccezione. In questo scenario spicca la figura dell’ex presidente Evo Morales (per il quale, di recente, la Procura ha chiesto 20 anni di carcere, per il reato di tratta aggravata di persone). I suoi sostenitori hanno chiesto esplicitamente le dimissioni del presidente Paz, mentre l’ex presidente, dopo aver “distrutto” il suo partito, reo di non averlo candidato per l’ennesima volta alla presidenza, ora gioca a “Muoia Sansone con tutti i filistei”.
Una protesta “cieca”. In questo scenario, la Chiesa boliviana, in accordo con altre organizzazioni sociali, sta facendo ogni sforzo per aprire tavoli di dialogo e, almeno, qualche corridoio umanitario. In occasione del Corpus Domini, ha fatto appello a una preghiera corale per il dialogo e la pace. Importante, in questi giorni, il ruolo di mons. Giovani Arana, nella sua duplice veste di vescovo di El Alto, l’epicentro della protesta, e di segretario generale della Conferenza episcopale (Ceb). “Il problema è molto complesso – spiega al Sir -. Nel caso di questa protesta, evidentemente, si scorge una certa manipolazione politica, poiché le rivendicazioni sono passate da un elenco di richieste concrete alla rinuncia del presidente”.
A ribollire, i tradizionali feudi del Mas, il partito socialista fondato da Morales: “C’è un malcontento nella parte occidentale della Bolivia, gli abitanti non si vedono rappresentati dall’attuale Governo. Per vent’anni, hanno avuto accesso a spazi di partecipazione, come rappresentanti di lavoratori e contadini. Tuttavia, quella partecipazione è stata anche molte volte manipolata. C’è chi ha ricevuto certi benefici, in cambio di stare al potere, mentre in vent’anni la situazione di vita, nei campi, tra i più poveri, non è cambiata molto. Certamente, la povertà è sotto gli occhi di tutti, ed è innegabile che molti contadini continuano a essere relegati ai margini della società”.
Mons. Arana porta l’esempio della “sua” El Alto: “Molte aree rurali si stanno spopolando a poco a poco, perché in campagna non esiste nessuna possibilità di progresso e preferiscono tentare la fortuna in città”.
Il vescovo, quindi, evidenzia il paradosso di questa protesta: “Chi soffre di più è la gente comune, la gente che si guadagna da vivere giorno per giorno. In Bolivia, purtroppo, l’80% della popolazione ha un lavoro ‘informale’, precario, la maggioranza si dedica alla vendita di prodotti, giorno per giorno, e queste persone sono molto danneggiate dai posti di blocco”. Qui, però, si sta andando oltre: “Stiamo parlando di circa 25 giorni di blocchi, a essere colpiti sono gli ospedali, dove, in alcuni casi, scarseggia l’ossigeno. Comincia a mancare il carburante, aumentano i prezzi dei prodotti di base, il prezzo della carne è raddoppiato, quello di altri alimenti anche triplicato o quadruplicato. Il paradosso è che si protesta contro il Governo, ma a essere colpita direttamente è la popolazione, non tanto le autorità politiche”.
Il rischio, in tale contesto, è quello di ulteriori tensioni sociali, perché “molta gente, non coinvolta nella protesta, inizia a pretendere che il Governo risolva la situazione”
L’appello al dialogo. La via d’uscita non può che passare per un autentico dialogo, conclude mons. Arana: “Come Chiesa, noi abbiamo sempre fatto appello al dialogo. In questi giorni, si sta parlando di Stato d’assedio, di uno Stato d’eccezione nel quale vengano attribuiti al Governo poteri straordinari, anche di repressione. Ma non pensiamo che questa sia la strada. La possibile via d’uscita di questa situazione è che entrambe le parti possano sedersi a dialogare, ognuna cedendo qualcosa. Qui in Bolivia, la Chiesa ha storicamente giocato un ruolo importante, nella difesa dei diritti umani, della vita, della democrazia e anche un ruolo conciliatore di facilitatore del dialogo”. Ed è quello che mons. Arana sta facendo anche in questi giorni, assieme al Difensore civico e all’Assemblea permanente dei diritti umani di El Alto. Finora, senza apprezzabili risultati. Ma il vescovo non intende demordere, spalleggiato dall’intera Conferenza episcopale, che lunedì ha ribadito il suo appello al dialogo sociale, nel nome del Bene comune e delle persone più fragili.
Drammi familiari. Persone con nomi e cognomi, come sa bene, per esempio, Aristide Gazzotti, che a Cochabamba ha fondato la Casa de los Niños, dove presta cura e assistenza a minori, anche con gravi e rare patologie. In questi giorni, racconta, la sua struttura è diventata rifugio di famiglie di campesinos che non sanno dove andare. Per esempio, “Agustin e Leonarda avevano resistito fino ad adesso, però di fronte a questi blocchi mi hanno chiesto il favore di vivere qui con noi. Non ce la fanno più. Non arriva più niente, neppure nei mercati”. E poi c’è il caso, dolorosissimo, del bimbo di cinque anni affetto da un tumore alla testa: “Il neurochirurgo ci ha spiegato che serve mettergli una valvola, per poi procedere con le cure. Ma la famiglia, con il piccolo, è tornata al proprio paese, e ora non si può muovere. Vorrebbero venire qua, ma è tutto bloccato. Speriamo che la situazione si possa risolvere”.