Fatti
Il laburista Keir Starmer si è dimesso, sesto premier inglese (dopo i conservatori David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak) a lasciare Downing Street nel giro di soli dieci anni. Quelli trascorsi dal referendum con il quale il Regno Unito decise di abbandonare l’Ue per una malintesa autosufficienza. In questi anni il Paese ha attraversato una profonda crisi economica, l’isola s’è ritrovata più isolata sul piano della politica estera (lontana anche dal tradizionale alleato, gli Stati Uniti), e sta pagando un caro prezzo sul piano della stabilità politica. “Ho ereditato un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito”, ha affermato il 22 giugno Keir Starmer prima di rassegnare le dimissioni, vantando però alcuni “risultati” nella sua azione di governo, durata poco meno di due anni: “Abbiamo estirpato il veleno dell’antisemitismo. Abbiamo ripristinato la fiducia nell’economia, nella difesa e nella sicurezza nazionale”. Silenzio, invece, sugli errori che lo hanno portato a dover cedere alle pressioni del suo stesso partito. Va peraltro riconosciuto che con Starmer il Regno Unito ha fatto dei piccoli passi verso l’Ue e l’Europa tutta, compreso il comune sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia. Glielo ha riconosciuto Ursula von der Leyen che, alla notizia delle sue dimissioni, ha affermato: “Molti leader impiegano anni per diventare lo statista che tu (Starmer, ndr) sei riuscito a diventare in soli due anni. La sicurezza dell’Europa e dell’Ucraina è più solida grazie a te”.
Arriva Andy Burnham. Starmer resterà in carica durante l’estate: nel frattempo il suo partito, il Labour, incoronerà il prossimo premier. Stando alla logica e alla tradizione inglese nella scelta del premier, il nuovo capo del governo – il settimo del decennio – dovrebbe essere Andy Burnham, politico navigato che vanta la conoscenza della Dottrina sociale cattolica, già parlamentare ed ex segretario di Stato prima alla cultura e poi alla salute, sindaco della “Grande Manchester” per un decennio, appena rientrato in Parlamento dopo essersi aggiudicato il seggio mediante un’elezione suppletiva.
Non gli sarà facile rialzare le sorti dei laburisti, anche in vista delle prossime elezioni politiche.
Nel frattempo, con i conservatori ancora lontani dal gradimento popolare, l’unico che si frega le mani è il leader di Reform Uk, Nigel Farage, il vero attore della Brexit, che invoca elezioni anticipate sperando di capitalizzare voti e seggi a Westminster così come ha fatto nelle recenti elezioni amministrative.
Leave e remain. A conferma del “terremoto politico” prodotto dalla Brexit, a distanza di dieci anni esatti dal 23 giugno 2016 – in cui il 72% degli elettori britannici andò alle urne per esprimersi sulla domanda se restare o lasciare l’Ue – solo il 30% dei votanti pensa che il Regno Unito abbia fatto bene a scegliere la Brexit, mentre il 57% dichiara di essere pentito per la decisione assunta allora. All’epoca, il 48,1% avrebbe voluto rimanere nell’Ue, ma il 51,9% impose l’uscita. Oggi, il 64% di chi ha scelto Brexit conferma la scelta del “leave” (abbandonare l’Ue), ma è il 23% a pentirsi di quel voto. Al contrario, l’89% di chi aveva scelto il “remain” allora lo rifarebbe, mentre il 6% oggi voterebbe “leave”.
Un recente sondaggio condotto da YouGov.uk racconta attraverso dati e percentuali il sentiment dei britannici dieci anni dopo.
Si direbbe che oltre Manica si pianga sul latte versato. Il quadro che emerge dal sondaggio, infatti, racconta del dispiacere per aver fatto la scelta sbagliata e la percezione che la Brexit sia stata un fallimento più che un successo: il 61% la giudica un fallimento, contro il 12%. Indeciso nel giudizio il 19% degli elettori del 2016.
Di chi è la colpa? Il giudizio negativo è spalmato tra conservatori e laburisti, anche se in percentuali diverse: il 36% degli elettori conservatori tendono a considerare la Brexit un fallimento, percentuale che sale all’82% tra gli elettori laburisti e liberaldemocratici e all’87% degli elettori dei Verdi. La colpa del fallimento della Brexit è attribuita ai leader conservatori, e distribuita tra coloro che si sono succeduti in questi anni, a partire da Boris Johnson (80%), Theresa May (64%) e Rishi Sunak (59%). Ma tra coloro che hanno votato per la Brexit e ora la considera un fallimento, c’è anche chi ritiene che la responsabilità sia dell’Ue (57%), o del partito laburista (50%) o ancora dei funzionari pubblici del Regno Unito (45%).
Guardando avanti. Quindi che fare adesso? La maggioranza dei britannici si dichiara favorevole al rientro nell’Ue (55%), e solo un terzo (34%) si oppone all’annullamento della Brexit. Siccome da Bruxelles è circolato il messaggio secondo cui se il Regno Unito dovesse rientrare nell’Ue potrebbe essere obbligato ad adottare l’euro e a partecipare all’area Schengen, posta in termini così duri la questione farebbe vacillare le posizioni, e il sostegno all’adesione a pieno titolo all’Ue calerebbe di venti punti percentuali, al 35%, mentre l’opposizione aumenterebbe di dieci punti, al 43%.
Diverso sarebbe il discorso per un rapporto più stretto con l’Ue27, ma sempre esterno, con il 59% di favorevoli.
In realtà è solo il 39% a pensare che il tema del rientro nell’Ue sia una priorità di governo in questo momento.
Possibili ricadute. Di fatto poi, sempre secondo il sondaggio è una stretta maggioranza di britannici (51-55%) a ritenere che il rientro nell’Ue avrebbe un impatto positivo sull’economia, sulle imprese e sul livello degli scambi internazionali; il 46-47% si aspetterebbe ricadute positive per l’influenza diplomatica del Regno Unito in Europa e per la sicurezza nazionale, solo il 31% immagina che le proprie finanze migliorerebbero con il rientro, solo il 30% dei britannici pensa che il Servizio sanitario nazionale (Nhs) ne trarrebbe beneficio e il 28% che la politica britannica sarebbe più stabile se il Regno Unito ritornasse nell’Ue.
Il mondo è cambiato… Si discute e si discuterà ancora a lungo, se sia stato un bene o un male questa decisione per i britannici e se nell’Ue si sia stati meglio o peggio senza di loro. Certo, nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo all’Europa e al mondo in questi 10 anni (senza trascurare il fatto che nel frattempo il Regno Unito ha perso una figura di riferimento, almeno simbolico, come la Regina Elisabetta…). “Festeggiare o rimpiangere?” è il titolo di un evento che si svolgerà il 29 giugno a Londra, per questo decennio di Brexit. Il biglietto costa 35 sterline per ascoltare le valutazioni di illustri politologi.