Mosaico
Il ghiaccio che si ritira, la neve che sparisce prima, le montagne che cambiano volto. Il cambiamento climatico a volte appare come un concetto astratto, fatto di numeri, grafici e statistiche. Eppure, esistono luoghi dove queste trasformazioni diventano visibili a occhio nudo: i ghiacciai. Anno dopo anno perdono massa, arretrano, si frammentano, modificano il paesaggio e raccontano con impressionante chiarezza ciò che sta accadendo al clima del pianeta. Non a caso vengono definiti “sentinelle del clima”. Christian Casarotto, ricercatore del Muse-Museo delle Scienze di Trento, si occupa di alta montagna, glaciologia, neve e cambiamento climatico e, nel suo lavoro di divulgazione, racconta cosa ci stanno dicendo oggi le distese di ghiaccio delle Alpi.
Com’è nato il suo rapporto con ghiacciai e montagne?
«Tutto nasce da ragazzo, con la passione per la montagna, per l’alpinismo, per la neve e il ghiaccio. Poi ho avuto la fortuna di unire l’utile al dilettevole. Al termine del percorso di studi ho cominciato a lavorare in contesti glaciali. Oggi sono ricercatore al Muse di Trento e mi occupo principalmente di alta montagna dal punto di vista glaciale, nivale, idrologico e più in generale di cambiamento climatico».
Quando parliamo di cambiamento climatico, di cosa stiamo parlando davvero? E perché neve e ghiacciai possono aiutarci a comprenderlo meglio?
«I dati strumentali mostrano le variazioni nel tempo delle temperature e di altre variabili meteorologiche. La parola clima implica un’analisi pluridecennale. Non si guarda il singolo anno, ma cosa accade in periodi più lunghi. Si è visto che le temperature stanno aumentando e il trend di innalzamento è chiaro a livello globale. Questo è il cambiamento climatico. I ghiacciai vengono definiti “sentinelle del cambiamento climatico”, perché ciò che accade a loro è visibile. Se la temperatura aumenta di pochi decimi di grado noi non ce ne accorgiamo. Ma se torniamo in montagna anno dopo anno vediamo grandi volumi di ghiaccio che scompaiono. È qualcosa di concreto, immediato».
Il cambiamento climatico, quindi, non si legge guardando un singolo inverno o una singola nevicata. Ma questo è un errore frequente…
«Dopo inverni particolarmente nevosi è capitato che qualcuno dicesse: “Il cambiamento climatico non esiste”. È accaduto nel 2008-09, nel 2013-14 e anche nel 2020-21. Ma è un errore. Un singolo anno non può fare la differenza. Spesso si fa confusione tra evento meteorologico e analisi climatica».
Lei studia i ghiacciai da anni e li frequenta fisicamente. C’è stato un momento, un luogo o un ghiacciaio in cui ha percepito con chiarezza che qualcosa stava cambiando?
«Me ne sono accorto da tempo. Poi ho iniziato a parlare con chi la montagna la vive ogni giorno: gestori di rifugi, pastori, impiantisti. Mi sono reso conto che quello che osservavo in termini di riduzione glaciale aveva effetti economici, sociali e le relazioni tra le persone e la montagna stavano – e stanno – cambiando. Ho capito quanto il cambiamento climatico sia un fenomeno complesso e quanto sia sbagliato semplificarlo».
Chi vive nella pianura veneta potrebbe pensare che i ghiacciai siano qualcosa di lontano. In realtà ciò che accade in quota riguarda tutti?
«Le relazioni con neve e ghiacciai riguardano tutti. La montagna viene definita “water tower”, cioè serbatoio naturale di acqua. E quell’acqua la usiamo tutti. Anche chi vive in pianura. Nei periodi siccitosi il contributo di neve e ghiaccio diventa importante. Pensiamo all’agricoltura: tutto è collegato».
Sul ghiacciaio Presena, in Trentino, vengono utilizzati i teli geotessili per proteggere il ghiaccio. Servono?
«Sul ghiacciaio Presena viene coperta una parte interessata dalle piste da sci con teli bianchi riflettenti. Servono a conservare la neve durante l’estate. Ma attenzione: non sono la medicina che salva i ghiacciai. Funzionano come tampone su piccole aree glaciali molto antropizzate e impiegate per scopi sciistici. La vera questione è un’altra: i ghiacciai rispondono alle variazioni climatiche e serve prendere coscienza che i modelli di sviluppo devono cambiare».
La Marmolada è entrata nell’immaginario di molti italiani dopo il crollo del seracco del 2022. Cosa ci insegna sul rapporto tra clima, montagne e trasformazioni in corso?
«È stato un evento drammatico che ha colpito tutti. Ma usare solo la Marmolada rischia di essere riduttivo. Quell’estate è stata eccezionalmente calda e ha colpito tutti i ghiacciai. Bisogna guardare il fenomeno in una prospettiva più ampia, spaziale e temporale».
Guardando questi luoghi da vicino, qual è la cosa che oggi la preoccupa di più e quale invece continua a darle speranza?
«La cosa che mi dispiace è pensare che le prossime generazioni saranno tra le ultime a vedere queste montagne bianche come invece le abbiamo viste noi. Dall’altra parte c’è la speranza. Noi lavoriamo per costruire consapevolezza di quanto sia necessario riflettere sulla nostra impronta ecologica. Speriamo davvero che possa maturare».
I ghiacciai custodiscono la memoria del clima e del paesaggio. Se potessero parlare, cosa pensa ci direbbero oggi?
«Le montagne ci parlano continuamente. Ci raccontano ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo. Il problema è imparare ad ascoltarle».

La Giornata mondiale dell’ambiente si celebra ogni anno il 5 giugno ed è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1972. Dal 1973 è diventata uno degli appuntamenti globali più importanti per sensibilizzare cittadini, istituzioni e governi sulle sfide ambientali del pianeta. Ogni anno viene scelto un tema specifico: cambiamenti climatici, biodiversità, inquinamento, risorse naturali e sostenibilità.
La superficie glaciale alpina si è ridotta del 50-60 per cento negli ultimi cento anni. Tra il 2022 e il 2023 i ghiacciai italiani hanno perso il 10 per cento del loro volume complessivo.
Più di 100 ghiacciai alpini sono destinati a scomparire definitivamente entro il 2033. Le Alpi potrebbero perdere fino al 97 per cento dei loro ghiacciai entro il 2100, secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change.