Fatti
L’acqua è una risorsa essenziale, fragile, non sostituibile. E quando un progetto industriale rischia di interferire con le falde che alimentano l’acqua potabile di interi territori, la questione non è più solo tecnica o amministrativa, ma riguarda la tutela della salute pubblica e del bene comune. È su questo nodo che si è concentrato l’incontro tra la Regione Veneto e i sindaci dei territori coinvolti dal caso Silva. Da oltre un anno è al centro del dibattito la richiesta presentata dalla multinazionale Ecoeridania di realizzare a Montecchio Precalcino, nell’Alto Vicentino, un impianto di trattamento di rifiuti sanitari, di sabbie di fonderia e deposito di rifiuti pericolosi. Il progetto insiste in un’area classificata come a elevata vulnerabilità idrogeologica, sopra il sistema di falde sotterranee da cui viene prelevata l’acqua che alimenta anche gli acquedotti di Padova e Vicenza, interessando oltre 300 mila utenti. È proprio la mancata approvazione delle aree di salvaguardia dei pozzi acquedottistici, deliberata la scorsa estate dall’assemblea dell’Ato (Ambito territoriale ottimale) Bacchiglione, ente pubblico che gestisce e tutela la risorsa idrica che aveva definito il progetto Silva «non compatibile con il quadro ambientale», ad aver spinto i primi cittadini a chiedere lo stop dell’iter autorizzativo fino alla definizione dei perimetri di tutela. La Provincia di Vicenza, che avrà l’ultima parola sul progetto, anche se non ha ancora fissato nessuna data per la Conferenza dei Servizi, rassicura: «La tutela dell’ambiente è il nostro primo obiettivo. Garantiamo estremo rigore nelle procedure» sottolinea il presidente Andrea Nardin che lunedì scorso ha delineato lo stato dell’arte del procedimento, ribadendo la linea della massima cautela e della tutela ambientale: «Quel medesimo rigore, che ci ha visti impegnati sul caso Miteni e al Ministero dell’Ambiente sui limiti ai Pfba, lo applichiamo oggi all’area ex Safond» prosegue Nardin. «Il confronto con i comitati è per noi uno stimolo a non abbassare la guardia. Così come le interlocuzioni con la Regione e con chiunque abbia chiesto l’incontro, mai negato. La posizione della Provincia è chiara: la tutela dell’ambiente e, in modo particolare, della risorsa idrica non sono negoziabili».
I sindaci padovani però chiedono che l’iter autorizzativo, appunto in capo alla Provincia di Vicenza, passi invece alla Regione. Per questo l’assessora regionale all’Ambiente Elisa Venturini ha incontrato mercoledì 21 gennaio i primi cittadini di Abano Terme, Arzergrande, Brugine, Codevigo, Correzzola, Legnaro,
Padova, Piove di Sacco, Polverara, Pontelongo, Sant’Angelo di Piove di Sacco e Cona (Venezia). Il confronto è proseguito il giorno successivo con i sindaci vicentini coinvolti. Al centro degli incontri, lo stato dell’istruttoria regionale sulle aree di salvaguardia dei pozzi
acquedottistici, i tempi annunciati per la conclusione del procedimento e il ruolo della Regione nella valutazione complessiva del progetto. «Stiamo seguendo con grande attenzione questo procedimento fin dall’inizio, vigilando sull’iter e sul progetto per garantire la massima tutela ambientale e fornire risposte puntuali ai territori. Dopo la lettera di richiesta dei sindaci, l’attenzione è stata ulteriormente rafforzata» spiega Venturini. Nel corso dell’incontro, la Regione ha inoltre annunciato che la perimetrazione delle aree di salvaguardia sarà completata entro pochi mesi, probabilmente entro aprile. «Concluderemo l’analisi nel più breve tempo possibile per offrire un quadro chiaro, trasparente e fondato sugli eventuali impatti ambientali» continua Venturini che chiarisce il quadro delle competenze: «L’iter è in capo alla Provincia di Vicenza, che sta seguendo il procedimento da un punto di vista tecnico, avvalendosi anche delle valutazioni e del supporto di Arpav e Ulss. Le valutazioni di natura tecnica, che siano fatte da una provincia o dall’altra, hanno sempre valore tecnico e terranno conto di tutte le possibili ed eventuali conseguenze, comprese quelle sui Comuni del Padovano». Un passaggio accompagnato da un richiamo alla cautela: «Si tratta di un iter complesso e delicato: polemiche e strumentalizzazioni non servono e non fanno il bene dei cittadini».
«Abbiamo accolto positivamente l’incontro e l’impegno a deliberare in Giunta entro aprile – spiega Lucia Pizzo, sindaca di Piove di Sacco – Ho però sollevato la tematica della necessità di una sospensione dell’attuale procedimento alla Commissione Via (Valutazione Impatto Ambientale) provinciale, che sta valutando la messa in sicurezza e l’ampliamento della discarica. Noi sindaci avevamo chiesto formalmente l’avocazione del procedimento da parte della Regione, ritenendolo di competenza regionale perché interessa più province, ma la risposta è stata che la Regione ribadisce la non configurabilità di una propria competenza – continua la prima cittadina – Tuttavia, rimango profondamente convinta che la normativa, trattandosi di un’infrastruttura pubblica come un acquedotto, i cui pozzi e le cui condotte sono di proprietà del Comune di Padova – che non è stato nemmeno coinvolto dalla Commissione Via provinciale – indichi chiaramente che si tratta di competenze regionali. La preoccupazione è che, se questo nuovo impianto dovesse per qualche motivo entrare in contatto con le falde, interi territori resterebbero senza acqua potabile, oppure l’acqua dovrebbe essere resa potabile con filtri a carbone attivo, con investimenti che ricadrebbero in ultima istanza sulle bollette dei cittadini». La sindaca di Piove di Sacco infine evidenzia che «vale quindi il principio di precauzione, ma anche quello di non aggravamento, perché quel territorio presenta già un contesto molto degradato, con situazioni ancora in corso di approfondimento e di bonifica».
Infine il Comitato tuteliamo la salute, che si batte contro l’impianto, ha accolto con favore gli impegni della Regione, ma sprona la Provincia di Vicenza chiedendo prevenzione e precauzione: «Nel caso Miteni sono intervenuti dopo la catastrofe mentre in questo caso si può prevenire. Questa volta si può agire in modo diverso: si può prendersi cura del territorio con controlli rigorosi e con bonifiche della situazione attuale, già critica. Il progetto di Silva potrebbe anche essere tecnicamente accettabile e avanzato, ma è collocato nel luogo sbagliato. E per questo c’è la grande responsabilità di tutelare la risorsa idrica, la salute e il futuro».