Presunti abusi. Insegnante arrestata. Alberto Pellai: “Occorre ascoltare i ragazzi ma anche insegnare loro a difendersi”

Basta silenzio sugli abusi nei confronti dei minori. Le parole non dette possono diventare una trappola mortale per le vittime, mentre il racconto, la certezza di essere creduti e il sostegno sono già parte del percorso di elaborazione e superamento del trauma. Lo spiega al Sir lo psicoterapeuta Alberto Pellai commentando la vicenda riguardante l'arresto della professoressa di Castellammare di Stabia accusata di aver tenuto comportamenti di natura sessuale verso alcuni alunni della scuola media dove svolge il ruolo di insegnante di sostegno. Al di là dell'esito della vicenda, ora al vaglio della magistratura, l’esperto delinea il percorso di aiuto e sostegno da offrire a chi potrebbe ritrovarsi in simili situazioni. Tre le “azioni salvavita” da insegnare ai bambini per difendersi

Presunti abusi. Insegnante arrestata. Toro (psicoterapeuta): “Se i fatti fossero confermati, gli alunni avrebbero bisogno di uno spazio sicuro per ricostruire il confine violato”

Alleggerire nelle vittime la percezione di vergogna, e offrire loro uno spazio sicuro per aiutarle ad elaborare il trauma dell'abuso subito e a "ricostruire il confine che è stato violato". Questo, per la psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, è in estrema sintesi il percorso di cui potrebbero avere bisogno le sette presunte vittime - tutte tra gli 11 e i 14 anni - dell'insegnate di sostegno arrestata a Castellamare di Stabia. Secondo l'esperta, abusi di questo tipo generano in chi li subisce un vero e proprio "trauma" ma, assicura, la mente umana ha le risorse "per ricostruire e reagire alle ferite"

Accordo Israele e Hamas: Baskin (ex negoziatore Israele), “un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”

“L’accordo concordato tra Hamas e Israele è sul tavolo dalla fine di maggio. È un cattivo accordo perché non riporta immediatamente a casa tutti gli ostaggi. È un cattivo accordo perché richiederà almeno 12 settimane, probabilmente di più, per essere attuato. È un cattivo accordo perché manca l’intera componente politica per stabilire chi governerà Gaza quando la guerra sarà finita. È un cattivo accordo perché non stabilisce esplicitamente che la guerra finirà e che Israele si ritirerà da Gaza, ma un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”. 

Israele e Hamas: presupposti e aspettative di una tregua a marchio Trump

La tregua, mediata da Qatar, Egitto e Usa per 42 giorni, prevede lo scambio di ostaggi, il ritiro dell'Idf dalle zone cuscinetto e l'accesso di aiuti umanitari. Trump e Biden si contendono il merito, mentre le dinamiche geopolitiche, con le ambivalenze siriane e le pressioni di Teheran, complicano la situazione. Nonostante le incertezze e i rischi, la tregua offre la possibilità di rilanciare gli Accordi di Abramo e normalizzare i rapporti in Medio Oriente

Accordo Israele e Hamas. Politi (Ndcf): “La tregua è una vittoria sterile per Netanyahu”

Trump rivendica il successo del cessate il fuoco tra Hamas e Israele come effetto della sua “storica vittoria” di novembre. Per Netanyahu, secondo Politi (Ndcf), la tregua non porta un ritorno politico immediato e lascia in sospeso le sfide economiche e interne di Israele. Il Qatar e l’area del Golfo potrebbero favorire una normalizzazione più ampia, mentre resta incerta l’evoluzione dei rapporti tra Tel Aviv e Washington

Vignarca (Rete pace e disarmo): “Il ruolo delle armi è cruciale se vogliamo dire di no alla guerra”

Papa Francesco ha lanciato un appello per il disarmo e “la conversione dei cuori dei fabbricanti di armi” al termine dell’udienza di mercoledì. Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) osserva: “I conflitti nascono per volontà politiche e motivi storici, economici, etnici e religiosi, ma la guerra ruota attorno alla produzione degli armamenti”. A suo dire, “le armi sono come la benzina delle guerre: senza benzina, il motore non si muoverebbe”

Antisemitismo: mons. Spreafico (Frosinone-Anagni), “sarebbe un gravissimo errore se non manteniamo i fili che ci legano agli altri”

“Vedo oggi in persone che in passato avevano un atteggiamento di normalità nella relazione con il mondo ebraico, una difficoltà a pensare allo stesso modo. Per questo credo sia ancor più necessario mantenere i legami. Se i tempi sono difficili, sarebbe un gravissimo errore se noi non manteniamo i fili che ci legano agli altri e direi in questo caso al mondo ebraico che vive con noi, nelle nostre città, da Bologna a Torino a Roma”.