Idee
Che rapporto esiste oggi tra cattolicesimo e democrazia? E quale ruolo possono ancora avere i credenti nella vita pubblica italiana? Sono alcune delle domande al centro del convegno “Cristianesimo e democrazia” che si è tenuto lo scorso 29 aprile alla Facoltà Teologica del Triveneto. Tra gli interventi attesi, quello di Rocco D’Ambrosio, presbitero della Diocesi di Bari e professore ordinario di filosofia politica presso la Pontificia Università Gregoriana, oltre che autore di numerosi saggi e fondatore dell’associazione “Cercasi un fine”, rete di scuole di formazione sociale e politica nata nel 2002.
Il titolo del suo intervento – “La democrazia oggi: una sfida per i cattolici italiani” – parte da un dato che potrebbe sembrare scontato: «La democrazia dovrebbe essere un orizzonte acquisito da tempo – spiega – Già Paolo VI nel 1971, nell’esortazione apostolica Octogesima adveniens, afferma chiaramente che sostenere e promuovere la democrazia è un dovere per i cattolici, con l’obbligo di partecipare alla ricerca, all’organizzazione e alla vita della società politica promuovendo un ordinamento democratico».
Eppure, osserva lo studioso, a volte questo principio non sembra ancora pienamente interiorizzato nel mondo cattolico: «A mio avviso ciò dipende innanzitutto da una scarsa formazione sociale e politica, sia tra i laici sia tra il clero. Spesso non si coglie che la democrazia non è una realtà statica ma dinamica: richiede impegno e partecipazione costanti, responsabilità. Non basta dirsi democratici, bisogna rimboccarsi le maniche per costruire e difendere ogni giorno le istituzioni». A questo si aggiunge la necessità di vigilare sulle minacce che possono indebolire una società aperta e inclusiva: «Un credente dovrebbe essere particolarmente attento a fenomeni come il mancato rispetto della Costituzione, l’illegalità diffusa, la corruzione o le derive populiste. Tutto ciò mette a rischio la qualità della convivenza civile».
Il fatto che oggi non esista più un partito di riferimento unitario non significa, secondo D’Ambrosio, che debba scomparire anche il contributo dei credenti alla politica: «Non esiste più un “cattolicesimo politico” nel senso di un unico partito che raccolga la maggioranza dei credenti, ma esistono diverse formazioni politiche che nei loro statuti si richiamano al cristianesimo, e questo è un dato interessante. L’ultimo Concilio e la stessa Octogesima adveniens hanno affermato con chiarezza che la medesima fede può portare a scelte politiche differenti». L’importante è che resti fermo il riferimento ai princìpi, «come è stato ribadito anche nella Nota dottrinale del 2002, firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, sull’impegno dei cattolici in politica. Si può essere credenti a destra, a sinistra o al centro: ciò che conta è la fedeltà ai valori fondamentali della democrazia».
Il fatto che i cattolici appaiano oggi minoritari nella politica italiana, spiega il politologo, non dovrebbe sorprendere: «È il cattolicesimo oggi a essere minoritario nella società italiana: è inevitabile che lo sia anche nella politica». Piuttosto che inseguire velleitariamente una nuova centralità, la questione diventa allora culturale ed etica: «La Democrazia cristiana ha avuto un ruolo importante nella storia del Paese, ma le condizioni storiche che la rendevano possibile non esistono più. Oggi la domanda è diversa: in che modo i cattolici possono contribuire alla vita pubblica?».
Secondo D’Ambrosio, alcuni riferimenti etici condivisi possono ancora rappresentare un terreno comune. «La Nota del 2002 parlava di una serie di ambiti fondamentali: tutela della vita e della famiglia, libertà educativa ma anche difesa dei minori e lotta contro le nuove forme di schiavitù, promozione della pace e tutela dell’ambiente. Su queste grandi questioni i cattolici possono e debbono ritrovarsi, anche se appartengono a schieramenti politici diversi». Questo non significa eliminare le tensioni o le differenze: «Un cattolico, in qualsiasi partito si trovi, sperimenterà sempre una certa forma di disagio, perché nessun progetto politico traduce perfettamente le esigenze etiche del Vangelo. Già nel 1936 don Luigi Sturzo diceva che i credenti si sarebbero sempre divisi tra una componente più conservatrice e una più sociale: il pluralismo fa insomma parte della storia del cattolicesimo politico». In alcuni casi, ricorda il docente, resta aperto anche lo spazio dell’obiezione di coscienza, quando una decisione politica entra in contrasto diretto con i princìpi morali fondamentali.
Un altro nodo riguarda il rapporto tra cattolici e potere: in diversi contesti occidentali non mancano infatti simpatie per modelli più autoritari o per leader carismatici: «La democrazia non può sopravvivere senza princìpi etici di riferimento, che di solito trovano espressione nelle Costituzioni. Alcuni leader populisti sembrano difendere determinati valori, ma spesso lo fanno a scapito di altri».
Dietro queste simpatie, suggerisce D’Ambrosio, talvolta si nasconde «ciò che lo psicanalista e filosofo Erich Fromm definiva una sorta di passione idolatrica per l’uomo o la donna forte. È la tentazione di affidarsi a qualcuno che promette di risolvere tutto, evitando la fatica della partecipazione democratica». Una scorciatoia che però non è compatibile con una cultura politica matura: «Non si deve idolatrare nessuno, neppure il papa o i vescovi: figuriamoci i leader politici! Quando lo facciamo, stiamo cercando scorciatoie invece di impegnarci nella costruzione di una democrazia forte e sana».
In questo scenario il contributo dei credenti non passa tanto dal controllo del potere politico quanto dalla testimonianza diffusa nella società. «La sfida è che le comunità cristiane siano realmente fedeli al Vangelo – conclude Rocco D’Ambrosio – Se lo sono, diventano lievito nella società: portano luce, generano responsabilità, aiutano a costruire relazioni più giuste. Anche accettando di essere minoranza».