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“Oggi ultimiamo i lavori al pozzo numero due a Bobassa: stanno già infilando i tubi! E le pompe presto funzioneranno”. Così raccontava, all’inizio di settembre, padre Beniamino Gusmeroli, missionario del Sacro Cuore di Betharram, inviando a Popoli e Missione le foto degli scavi a sud-est di Bangui. “Oggi imbottigliamo l’olio”, era stato il suo messaggio a metà agosto. E ancora: “Stiamo impacchettando zucchero, riso e sale”. Non si è mai fermato, da prima dell’estate ad oggi il missionario della gente semplice e sempre in bilico. In un Centrafrica che prova a rilanciare il dialogo sul disarmo, tra epidemie di colera e siccità, inondazioni e carestie.
“Sarebbe troppo lungo spiegare gli eventi cruciali che hanno caratterizzato nel tempo questo Paese immenso”,
racconta ora, quando lo contattiamo al telefono a Bangui. “Di fatto la popolazione ha visto un continuo susseguirsi di colpi di Stato, ammutinamenti, ribellioni e violenze di ogni genere”. La Repubblica Centrafricana attraversa oggi una fase delicata della sua storia. Dopo anni di guerra tra milizie il Paese punta sul disarmo e il reinserimento delle milizie armate, mentre il Presidente Faustin-Archange Touadéra (che pochi giorni fa è stato in udienza a Roma da Papa Leone), indica nel consolidamento della pace una priorità del governo. Ma la transizione è fragile perché la fine delle ostilità non cancella le ferite lasciate dalla guerra né le condizioni di precarietà della gente. Ma la Chiesa missionaria c’è e dove arriva fa “miracoli”. Padre Beniamino racconta che “come in tutte le parrocchie della capitale, anche in quella di Notre Dame de la Visitation, i punti di forza sono i movimenti ecclesiali, dai bambini ai giovani agli adulti. La parrocchia è animata, le celebrazioni sono solenni”. “Lo shock della guerra si sente sulla gente – spiega ancora –. Ci vuole una certa capacità di leggere il cuore e di interpretare le espressioni degli occhi”. E a lui questo surplus di umanità non manca. I bambini e le bambine, immancabilmente, “li vedi con un catino sulla testa, con dentro piccole cose da vendere: frutta di stagione, verdure, bigné fritti sempre nello stesso olio che, quando diminuisce, non viene mai cambiato”. Il posto di quei bambini “dovrebbe essere la scuola o il gioco”, dice, ma così non è.
Il missionario spiega che non ha mai voluto vivere in una canonica, “ma in una casa semplice nel quartiere, in mezzo alla gente”.
È qui in periferia che trascorre le sue giornate, immerso “dalla mattina alla sera negli schiamazzi dei bambini e tra le risate che spesso si tramutano in pianti”. La strada, in questo quartiere della periferia estrema di Bangui, è “una pista fangosa e piena di buche che rende difficile anche il passaggio delle jeep”. “Il quartiere a sud-ovest si è formato in seguito allo sfollamento della popolazione dalle zone di guerra. La gente era in cerca di sicurezza”. In Centrafrica, tuttavia, la sicurezza è reversibile e il trauma della guerra continua a riaffiorare nella vita quotidiana. La vita dei missionari e dei volontari delle parrocchie è in continuo movimento: si divide tra l’Eucaristia e la costruzione di pozzi, tra le emergenze di ogni tipo e il lavoro fisico, tra la preghiera e la necessità di garantire acqua, cibo e cure. “Gran parte di questa zona è soggetta ogni anno alle inondazioni del grande fiume Oubangui, che raccoglie le acque delle regioni a sud-est, creando, nei periodi delle piogge, piene che fanno straripare il fiume e inghiottono le molte fragili case di fortuna che queste popolazioni sono riuscite a mettere insieme”. E così, dove la guerra ha lasciato ferite profonde, anche l’acqua può diventare una minaccia. Si sopravvive a stento e quando sopraggiunge un imprevisto, “specie una malattia, allora sono guai”, dice il missionario.
I prezzi dei medicinali sono proibitivi: “La visita medica si paga, se devi essere ospedalizzato bisogna che paghi. Tanti, troppi non possono permettersi le cure”.
Poi c’è il futuro, quello che padre Beniamino vorrebbe riuscire a costruire insieme ai ragazzi e alle ragazze di Bangui. “Il mio sogno? Una scuola tecnica che prepari ad un mestiere e ad una professione. È il mio sogno nel cassetto”. Un sogno concreto, come i pozzi che ogni giorno si scavano nella terra, come i tubi che vengono infilati uno dopo l’altro, come i sacchi di riso e di zucchero che vengono distribuiti. “Anche questo lo affidiamo alla Provvidenza”.