Idee
La frana di Niscemi ha attirato una grande attenzione sul rischio idrogeologico, per le dimensioni dell’evento e per la minaccia che rappresenta per persone, abitazioni e infrastrutture. L’emergenza è gestita da un sistema di protezione civile che, fortunatamente, è tra i più avanzati al mondo. Ma eventi come questo non sono solo emergenze da affrontare: sono anche occasioni per riflettere su cosa possiamo imparare e su come i rischi futuri possano essere ridotti.
L’Italia è, per sua natura, esposta al rischio idrogeologico. Frane e alluvioni sono parte costante della nostra realtà, per ragioni topografiche e climatiche, ma anche per la gestione del territorio e il consumo di suolo. Negli ultimi dieci anni si sono verificati oltre 6 mila eventi franosi considerati “principali”, cioè con danni o pericoli per persone e beni. Le piogge intense colpiscono un territorio fragile e amplificano instabilità già esistenti. Su quelle piogge non abbiamo controllo. Il rischio, quindi, non può essere eliminato, ma può e deve essere ridotto.
Per capire come affrontarlo, può essere utile un paragone con la sicurezza stradale. La probabilità di rimanere feriti in un incidente nel corso della vita non è mai zero. Eppure, non smettiamo di guidare. Negli anni abbiamo accettato il “rischio residuo”, ma lo abbiamo drasticamente ridotto grazie a regole più efficaci, veicoli più sicuri e comportamenti più consapevoli. Cinquant’anni fa la probabilità di essere feriti in un incidente era circa tre volte più alto di oggi: è diminuito, nonostante il traffico sia invece aumentato, perché abbiamo imparato a gestirlo, con regole, tecnologie e comportamenti più sicuri.
Lo stesso principio vale per il rischio idrogeologico. Frane e alluvioni colpiscono con continuità molte regioni italiane, dalla Valle d’Aosta e dal Veneto alla Calabria e alla Sicilia. Non possiamo evitarle del tutto, ma possiamo ridurre il numero delle vittime e i danni.
Il primo passo è conoscere il problema: mappare in modo sistematico le aree più vulnerabili e, contemporaneamente, la probabilità di eventi meteorologici estremi, il motore del rischio. Molte di queste informazioni in Italia esistono già. In diversi casi, come a Niscemi, la fragilità del territorio è nota. Manca ancora integrare pienamente queste conoscenze nel processo decisionale e includere l’effetto dei cambiamenti climatici nella gestione del rischio. Le piogge intense stanno diventando più frequenti e più violente, ma non disponiamo ancora di stime ufficiali e operative che quantifichino l’aumento del rischio nei prossimi decenni: l’informazione fondamentale per rendere il nostro territorio a prova di cambiamento climatico. Su questo aspetto il nostro Paese è in clamoroso ritardo.
La ricerca scientifica, però, sta colmando rapidamente questo vuoto. In Italia operano gruppi di ricerca come il Centro Studi sugli Impatti dei Cambiamenti Climatici (Critical) dell’Università di Padova, che utilizza modelli statistici avanzati per analizzare i risultati delle simulazioni dei modelli climatici di nuova generazione e stimare l’intensificazione delle piogge estreme su scala nazionale. I risultati indicano che, a fine secolo, l’intensità degli eventi di precipitazione estrema potrà aumentare anche di una volta e mezza rispetto alle intensità attuali.
Queste attività si inseriscono nel quadro del progetto “Pnrr Return”, il più grande sforzo di ricerca realizzato negli ultimi decenni in Italia sui temi del rischio naturale e antropico. “Return” coinvolge decine di istituti di ricerca, università e partner privati, con centinaia di ricercatori impegnati a migliorare la conoscenza dei rischi e a renderla utilizzabile per le decisioni pubbliche.
La sfida ora è trasformare queste conoscenze in strumenti concreti e condivisi. Sapere a quale rischio si è esposti dovrebbe diventare parte delle decisioni quotidiane: quando si acquista una casa, quando si pianifica un’infrastruttura, quando si amministra un territorio. Decisioni informate possono fare la differenza tra un evento pericoloso e una tragedia.
Il rischio zero non esiste. Ma come in auto, possiamo scegliere di proteggerci. Possiamo dotarci di Abs, airbag e cinture di sicurezza. Anche di fronte al rischio idrogeologico è tempo di allacciarle.