Idee
Per gli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado, circa 500.000 tra licei e istituti superiori, l’esame di Stato si avvicina a grandi passi. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito alla fine di marzo ha pubblicato, come di rito, l’ordinanza che ne disciplina le procedure, ovvero una sorta di “manuale operativo” per i docenti che officeranno il “rito”.
Come preannunciato la prova “cambia nome”, ovvero “ritorna alle origini” con la dicitura “esame di maturità”, in auge nel secolo scorso. A suggellare questo cambiamento l’ordinanza reca con sé un allegato, ovvero la griglia di valutazione del colloquio orale dei candidati, dove tra i descrittori per l’attribuzione del punteggio finale compare un parametro inedito: “Grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio”.
Proprio su questa novità si è aperto un fronte interessante di riflessione e confronto. La domanda è tanto antica quanto attuale: che cosa significa davvero “essere maturi”? All’indicatore inserito nella griglia proposta dal MIM potranno essere attribuiti fino a 5 punti, ovvero un quarto della valutazione complessiva del colloquio, pertanto la questione non è affatto trascurabile.”
Valutare conoscenze e competenze disciplinari è, almeno in linea teorica, un’operazione relativamente strutturabile: esistono programmi, obiettivi di apprendimento, indicatori osservabili. Ma come si misura la maturazione personale? Quali sono i parametri “oggettivi” per stabilire il grado di autonomia o di responsabilità di uno studente?
Il rischio principale è quello di introdurre un criterio fortemente soggettivo, affidato alla sensibilità della commissione. Autonomia può significare capacità di argomentare in modo indipendente, ma anche attitudine alla rielaborazione critica, o ancora gestione consapevole del proprio percorso scolastico. Responsabilità, allo stesso modo, può tradursi in partecipazione attiva, rispetto delle regole, consapevolezza civica. Senza una definizione operativa chiara, questi concetti rischiano di restare etichette generiche e di diventare terreno di scontro in sede d’esame.
Un confronto con il passato potrebbe aiutare a mettere a fuoco la questione. Un tempo la maturità era intesa come un traguardo quasi simbolico: il passaggio all’età adulta, segnato non solo da conoscenze acquisite, ma da una presunta “completezza” formativa. L’esame stesso aveva un valore fortemente rituale, quasi iniziatico.
Oggi, questa visione appare in parte superata. Viviamo in una società in cui i percorsi di crescita sono più lunghi, meno lineari e più incerti. L’autonomia non coincide più con un momento preciso, ma con un processo continuo. La responsabilità si declina in contesti molteplici e spesso complessi. In questo senso, attribuire un punteggio alla maturazione personale non potrebbe risultare una forzatura? Portfolio, esperienze di FSL, partecipazione alla vita scolastica sono davvero in grado di offrire uno spaccato attendibile sul percorso di crescita dello studente?
Certamente i 5 punti dedicati alla maturazione personale rappresentano un segnale interessante: la volontà di non ridurre l’esame a una verifica di contenuti. L’intenzione pare buona, ma non scioglie il nodo della valutazione. In un post su Facebook Cristiano Corsini, professore ordinario di pedagogia sperimentale presso l’Università Roma Tre, riferendosi alla griglia proposta dal MIM, avverte che “un dispositivo così ambiguo garantisce alle commissioni moltissima libertà di azione. C’è da sperare questa libertà venga usata con maturità, a vantaggio delle ragazze e dei ragazzi”.
Insomma, per misurare la maturità dei candidati ci si appella a quella degli esaminatori.
Forse è bene ricordare che, alla fine degli anni Novanta, la definizione “esame di maturità” era stata ufficialmente abbandonata per una scelta non solo terminologica, ma culturale e pedagogica. In altre parole, il Ministero aveva provato a mettere da parte la “maturità” perché difficile da misurare in quel contesto storico. E ora cosa è cambiato?
Oggi l’introduzione di questi 5 punti sembra voler riequilibrare la tendenza di privilegiare le competenze “misurabili” rispetto ai processi di crescita individuale. Tuttavia, si può davvero valutare la maturità senza snaturarla? Nel momento in cui la si traduce in punteggio, non si rischia di ridurre anch’essa a performance? Uno studente potrebbe apparire autonomo e responsabile nel contesto del colloquio orale, senza che questo rifletta necessariamente un percorso autentico.
Forse non stiamo assistendo a un ritorno al passato, quanto a un tentativo di conciliare due visioni, quella della certificazione oggettiva e quella della formazione della persona. Ci riusciremo?