Idee
Mezzo secolo dopo, stesso “culto” al vertice della Repubblica popolare. «Un po’ come Mao Zedong, anche Xi Jinping sembra continuamente più che rinnovare il partito farlo assomigliare sempre a se stesso» ammicca Simone Pieranni.
Genoano di Bolzaneto, 52 anni, ha vissuto otto anni in Cina e ci torna quando può. Ha fondato l’agenzia China Files, è stato responsabile degli esteri al Manifesto e ora dei podcast giornalistici di Chora Media. È in libreria con Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti, (Mondadori, pagg. 204, euro 18,50).
Il 9 settembre 1976 moriva Mao, il contadino diventato “padre della patria”. Ma oggi la Cina non è più… maoista, giusto?
«Non lo è più tra l’altro da poco dopo che è morto Mao, perché Deng Xiaoping prende il potere alla fine degli anni Settanta e di fatto cambia completamente volto alla Cina, utilizzando paradossalmente le parole di Mao. La celebre frase «Bisogna cercare la verità nei fatti» viene tradotta da Deng non più nel libretto rosso: serve essere più esperto che rosso. In realtà, nella Cina di oggi alcuni elementi maoistici perdurano, soprattutto nella gestione del potere: le dinamiche interne al Partito Comunista Cinese potremmo definirle maoiste-leniniste. Una sorta di rivisitazione maoista del Pcc su base leninista, cioè una rivoluzione permanente all’interno del partito».
Ma quanto conta l’ideologia per Pechino?
«È tornata a essere molto forte proprio con Xi Jinping. Ci sono ancora i neo-maoisti, solo che hanno alcuni sbandamenti: dopo l’elezione di Trump nel 2016 lo hanno definito come l’unico in grado di rivoltare le popolazioni contro le élite. Nella popolazione soprattutto più anziana il ricordo di Mao è ancora forte. Più volte mi è capitato di cenare con persone anziane e i brindisi erano quasi sempre a Mao. La Cina di oggi ormai si considera un Paese completamente diverso e un po’ forse tende a non volere soffermarsi troppo sul passato. Molti hanno sofferto di quello che è stato il Grande Balzo in avanti per i loro genitori e nonni, ma ci sono ancora persone che hanno vissuto la Rivoluzione culturale. In Cina il passato, sia quello maoista sia piazza Tienanmen, tende a essere rimosso volutamente dal partito e un po’ forse involontariamente dalla popolazione. I cinesi non hanno avuto modo di elaborare i traumi in maniera collettiva. Faccio questo esempio: la psicologia era considerata una superstizione fino a un po’ di anni fa».
Taiwan, l’altra Cina. Una questione rimossa in Europa e dall’Occidente. Qual è il punto?
«La percezione che non sia più un problema da parte dell’opinione pubblica internazionale e anche della politica europea deriva dal fatto che la politica europea dipenda molto dalle ondate che arrivano dall’Atlantico. Trump, nell’ultimo incontro con Xi Jinping, ha fatto capire che di Taiwan non gli importa più di tanto, anzi addirittura ha messo in discussione il supporto militare statunitense. E proprio recentemente nell’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping, il leader indiano ha specificato che l’India è contro qualsiasi interferenza esterna sugli affari interni della Cina. Di più: ha citato esplicitamente Taiwan e ha chiamato Xizang in cinese il Tibet. Dunque, equiparare Tibet e Taiwan significa considerarla già di fatto una provincia cinese. La Cina in questo momento non può permettersi un colpo di mano, perché si sta ponendo come potenza responsabile: sarebbe sbagliato. Aggiungo un aspetto cui magari si pensa poco: l’importanza di Taiwan dipende principalmente dalla sua potenza tecnologica, legata ai semiconduttori. Quando Usa e Cina saranno in grado di produrli da soli, bisognerà capire se Washington davvero sarà disposta a morire per Taiwan. E poi c’è l’ipotesi di strangolamento economico, forse più effettuabile: la Cina lo ha già dimostrato con blocchi navali, quindi non consentendo i rifornimenti energetici e di sussistenza alimentare a Taiwan».
Infine, la gestione del potere nell’esercito, nello Stato e nel partito. Epurazioni continue…
«Sì, ci sono state molte epurazioni a livello militare, di cui si è dato conto anche nei media occidentali. Capire il perché non è mai molto facile, anzi è praticamente impossibile: sono speculazioni, tuttavia Xi Jinping ha la tendenza a togliere di mezzo tutti quelli che risultano non essere dei signorsì. Ma poi c’è un’altra purga in corso, più sotterranea, perché i militari bene o male vengono azzerati dalla Commissione militare centrale, mentre invece c’è una purga a livello di tecnici legati agli uomini delle riforme in Cina. Molti facevano riferimento a Zhu Rongji, il premier degli anni Novanta morto quest’estate, e altri erano legati a Wang Qishan, già vice presidente della Repubblica e zar della sicurezza, ormai in pensione. Così in Cina non si parla più di fazioni all’interno del partito. Dopodiché nel 2027 c’è il congresso e probabilmente queste sono mosse per arrivarci e poter nominare persone che in questo momento sono più indietro nelle gerarchie. E Xi Jinping ha dimostrato di non avere nessun rispetto per le consuetudini nelle nomine anche ai livelli più apicali».