Fatti
Un appello alla comunità internazionale perché intervenga a tutela della popolazione locale e del futuro della città. A lanciarlo è il sindaco di Beit Sahour, Laith Hazim Qumsieh, alla luce della prospettata costruzione di un nuovo insediamento israeliano nell’area di Ush Ghurab, collina strategica situata sul confine orientale della cittadina palestinese a maggioranza cristiana, a circa 1,5 km dalla Basilica della Natività di Betlemme e a una decina di chilometri a sud-est di Gerusalemme.
Terre confiscate. In una lettera indirizzata alla comunità internazionale, il primo cittadino descrive una situazione di forte preoccupazione per il futuro della città e dei suoi circa 15 mila abitanti: “Non si tratta di un semplice progetto edilizio; rappresenta la confisca di terre palestinesi e una minaccia diretta al futuro della nostra città, dei suoi abitanti e della sua presenza cristiana”. Al centro della denuncia vi è il sito di Ush Ghurab, un’area di circa 92 dunum (pari a 9,2 ettari), con una lunga storia di contese. Il terreno fu requisito nel 1965 per scopi militari e, dopo il 1967, trasformato in base dell’esercito israeliano. Negli anni Duemila la base è stata evacuata, ma l’area è rimasta sotto controllo israeliano. Nel tempo, parti del sito sono state utilizzate anche per insediamenti, mentre il Comune di Beit Sahour aveva cercato di restituire il luogo alla comunità, promuovendo progetti di sviluppo civile – parchi, strutture ricreative e iniziative sociali – più volte ostacolati. Secondo quanto riferito dal sindaco, già alla fine del 2015 coloni israeliani avevano iniziato a costruire un avamposto adiacente all’ex campo militare. Il 19 gennaio 2026, media israeliani avevano riportato l’inaugurazione di un nuovo insediamento, alla presenza di alti rappresentanti del governo e leader del movimento dei coloni. Un progetto che mira a rafforzare i collegamenti territoriali con gli insediamenti israeliani già presenti nell’area, in particolare Tekoa e Nokdim, oltre ad altri del corridoio orientale di Betlemme, ampliando il controllo israeliano dalla cintura di Gerusalemme Est fino alla periferia del deserto di Giuda.
Gravi conseguenze. “La recente decisione delle autorità israeliane di autorizzare un ordine militare per la requisizione di 92 dunum di terreno a Ush Ghurab, un’area storicamente coltivata e utilizzata dagli abitanti di Beit Sahour, minaccia ulteriormente l’unico corridoio di sviluppo orientale rimasto alla città e uno dei suoi pochi spazi agricoli e comunitari più importanti”, ribadisce Qumsieh. Le conseguenze, sottolinea il sindaco, sarebbero gravi: dalla sicurezza – “minaccia alla sicurezza dei residenti a causa dell’aumento della presenza di coloni e del potenziale rischio di violenza” – al piano demografico, con “l’accelerazione dell’emigrazione cristiana a causa del peggioramento delle condizioni di vita e dell’incertezza sul futuro”.
A rischio anche lo sviluppo urbano ed economico: “bloccare la naturale espansione urbana della città”, vuole dire “compromettere la crescita economica, il turismo e le opportunità di investimento”.
Particolarmente critica la perdita di uno spazio centrale per la vita della comunità: Ush Ghurab rappresenta infatti “il principale spazio ricreativo, culturale e sociale della città”, la cui sottrazione comporterebbe “l’indebolimento della resilienza sociale e della coesione comunitaria, in particolare per le giovani generazioni”.
Modello di convivenza. Beit Sahour è da tempo riconosciuta come una delle principali realtà cristiane della Palestina e come modello di convivenza pacifica e pluralismo. Qui si trova anche il santuario della Grotta dei Pastori, cioè il luogo dove avvenne l’annuncio della nascita di Gesù ai pastori da parte degli angeli, e per questo motivo tradizionale meta di pellegrinaggi da tutto il mondo, almeno fino agli eventi del 7 ottobre. Per il sindaco,
“la costruzione di questo insediamento minaccia di trasformare una comunità fiorente in un’altra area segnata da tensione, restrizioni e incertezza”,
oltre a costituire “un precedente pericoloso per la sicurezza, lo sviluppo, la speranza e il futuro”. Da qui l’appello alla comunità internazionale: “Chiediamo la vostra attenzione, solidarietà e sostegno per la tutela dei diritti degli abitanti di Beit Sahour e per la salvaguardia della possibilità di un futuro pacifico e sostenibile per la nostra comunità”.
Tensione crescente. La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescente tensione in tutta la Cisgiordania, dove negli ultimi mesi si registra un’escalation delle violenze dei coloni israeliani, spesso accompagnate da operazioni militari, con attacchi a villaggi, terreni agricoli e infrastrutture palestinesi. Emblematico è il caso di Taybeh, vicino a Ramallah, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, da tempo oggetto di aggressioni, intimidazioni e danneggiamenti da parte dei coloni, in un clima di diffusa impunità. Una situazione che alimenta la paura e contribuisce all’emigrazione, mettendo ulteriormente a rischio la presenza cristiana storica nella Terra Santa. In questo quadro, l’allarme lanciato da Beit Sahour assume un significato che va oltre il caso locale: un segnale delle crescenti difficoltà per le comunità cristiane palestinesi e della necessità – richiamata dal sindaco Qumsieh – di un’attenzione e di un intervento concreto della comunità internazionale.