Fatti
Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, torna a denunciare aggressioni e incursioni che mettono a rischio la raccolta delle olive, risorsa fondamentale per l’economia locale. A lanciare l’allarme, è il parroco latino, padre Bashar Fawadleh, che da mesi richiama l’attenzione della comunità internazionale sulle violenze attribuite ai coloni israeliani insediati nelle colonie che circondano il paese. Negli ultimi mesi Taybeh è stata visitata più volte dal patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, oltre che da rappresentanti diplomatici e religiosi giunti per esprimere vicinanza alla popolazione locale.
In una nota di oggi, 5 ottobre, e pervenuta al Sir, padre Fawadleh riferisce che nel pomeriggio alcuni coloni sono tornati nell’area di Jabbas, a est di Taybeh, entrando in uliveti di proprietà privata e raccogliendo olive appartenenti alle famiglie del villaggio. Video provenienti dalla zona mostrerebbero una raccolta effettuata “in modo molto aggressivo”, con rami spezzati e danni agli alberi. Un fatto che, secondo il sacerdote, non compromette soltanto il raccolto di quest’anno ma rischia di incidere anche sulla produzione futura degli ulivi. Contemporaneamente, aggiunge il parroco, tutti gli accessi a Taybeh risultavano chiusi, limitando ulteriormente la libertà di movimento dei residenti e la possibilità per gli agricoltori di raggiungere i propri terreni. L’episodio si inserisce in una serie di incidenti che stanno interessando gli uliveti del villaggio dall’inizio della stagione della raccolta.
“Chiediamo un intervento immediato per garantire l’accesso a Taybeh, proteggere gli agricoltori e salvaguardare le loro terre, gli ulivi e il raccolto”, scrive Fawadleh.
Il parroco denuncia che quello del 2026 rischia di essere il quarto raccolto consecutivo segnato da forti limitazioni e tensioni. “Con l’inizio della raccolta delle olive, nelle case di Taybeh tornano le stesse paure degli ultimi tre anni”, afferma. Secondo quanto riferito, fin dalle prime ore di domenica 4 ottobre gruppi di coloni avrebbero attraversato le terre agricole a est del paese, entrando negli uliveti e raccogliendo i frutti degli alberi appartenenti ai residenti. “Questa è la dolorosa contraddizione che vive la nostra comunità”, osserva il sacerdote.
“I proprietari delle terre hanno paura di raggiungere i propri campi o non possono farlo in sicurezza, mentre altri (i coloni, ndr.) riescono a entrare negli stessi terreni e a raccoglierne i frutti”.
Per Taybeh l’olivo rappresenta molto più di una semplice coltivazione. Secondo i dati riportati dal parroco, il territorio del villaggio comprende oltre 16 mila dunam coltivati a ulivo. Per generazioni l’olio prodotto ha sostenuto l’economia delle famiglie locali e ha raggiunto anche mercati oltre i confini della Palestina. “L’ulivo è economia familiare, tradizione ereditata e legame quotidiano con la terra”, spiega Fawadleh.
Le conseguenze della situazione attuale sono pesanti. Famiglie proprietarie di centinaia di alberi, denuncia il parroco, rischiano oggi di dover acquistare l’olio d’oliva per il proprio consumo domestico perché impossibilitate a raccogliere il frutto dei loro alberi. Una perdita che riguarda non solo il raccolto annuale e il reddito stagionale, ma anche una componente essenziale della vita delle famiglie. La preoccupazione va però oltre il danno economico immediato. “Quando le persone non possono raggiungere, coltivare e raccogliere in sicurezza le proprie terre, si indebolisce progressivamente il loro rapporto con esse”, avverte il sacerdote. “Non si perde soltanto la produzione agricola, ma anche la concreta possibilità di continuare a vivere e lavorare sulla propria terra”.
Ennesimo appello. Da qui l’appello finale alle autorità e alla comunità internazionale affinché venga garantito agli agricoltori di Taybeh “l’accesso ai terreni, una protezione efficace durante tutta la stagione della raccolta e la prevenzione di attacchi, interferenze o appropriazioni dei raccolti”. “Proteggere la raccolta delle olive non significa soltanto proteggere un prodotto agricolo”, conclude padre Fawadleh. “Significa difendere la terra, i mezzi di sostentamento, la dignità delle persone e il loro diritto a rimanere sulla propria terra. Significa assicurare che le nuove generazioni ereditino non solo gli alberi, ma anche la possibilità di prendersene cura”.