Chiesa | Diocesi
Quasi nel centro di Padova, a pochi passi dal Prato della Valle, in via Cavalletto, c’è una chiesetta dedicata a S. Bonaventura, un frate francescano che nel Duecento fu anche ministro generale dell’Ordine e che è noto anche come autore della Legenda maior, la più importante biografia di san Francesco dell’antichità. A pochi sarà noto che la chiesa è parte dell’omonimo monastero di clausura, che è lì da quattro secoli.
«La nostra storia – racconta suor Maria Elisabetta, madre del monastero – inizia nel 1612, in zona Pontecorvo, da dove nel 1681 le consorelle si dovettero spostare perché gli spazi erano divenuti troppo angusti, ma anche troppo rumorosi per via, a quanto pare, delle numerose osterie presenti in quell’area. Si spostarono in questa parte di Padova, che allora era fuori dal centro storico ed era zona di orti e spazi verdi, in alcune casupole acquistate da una famiglia nobiliare e trasformate in monastero. Nel 1689 venne consacrata la chiesa».
A differenza dei tanti monasteri femminili legati a santa Chiara, quello padovano non era collegato alle Clarisse ma si ispirò direttamente a san Francesco: si definirono eremite francescane ed entrarono a fare parte del Terz’ordine regolare. Un unicum che tale è rimasto per secoli e fino al 2015. «Quell’anno abbiamo aderito all’ordine delle Sorelle povere di santa Chiara, con le quali in effetti avevamo una spiritualità del tutto affine, e siamo entrate a fare parte del Secondo ordine francescano. Ora siamo a tutti gli effetti un monastero di Clarisse».
Il cenobio padovano conta oggi nove consorelle: la più giovane ha 37 anni ed è arrivata nel 2023 dalla Repubblica Democratica del Congo assieme ad altre tre suore, chiamate a rinvigorire la comunità, che si è quindi ringiovanita e arricchita diventando interculturale. Le altre cinque sono tutte originarie di diversi luoghi della Diocesi di Padova, da cui tuttavia oggi latitano le vocazioni, forse perché ai più la clausura sembra una vita di privazioni, tanto diversa da quella che propone la società attuale. «Noi invece qui abbiamo trovato quello che cercavamo – rivela suor Maria Elisabetta – come la preghiera e la vita fraterna. Non ho mai sentito una consorella lamentarsi che le manchi qualcosa in maniera importante. A parte, parlo per me, forse la montagna e i bei paesaggi… ma a parte le battute, davvero, qui ho trovato tutto quello che cercavo».
Come si può riconoscere una vocazione alla clausura?
«Alla base c’è l’incontro con il Signore Gesù, lui che ha dato tutto per donarci la sua ricchezza. Per noi è più che abbastanza per ricambiare il suo immenso amore. Questo è anche al cuore della spiritualità di san Francesco, che andava piangendo “l’amore che non è amato”, ovvero la passione di nostro Signore. È un incontro forte e che cambia la vita, ma c’è un passaggio che siamo chiamati fare, quello di affidarsi. Io mi sono sentita così amata che questo amore ha riempito di colore la mia vita, ha ricolmato ogni mio vuoto».
Un vuoto che molti oggi sentono, ma non sanno come riempire…
«La società offre molte occasioni per stordirci e per coprire questi vuoti con delle illusioni. Ma queste sono solo la famosa casa costruita sulla sabbia di cui si parla nel Vangelo».
Come avviene la “chiamata”?
«Ognuno ha la sua strada, ma dobbiamo renderci conto che è Lui che desidera la nostra presenza più di noi stessi e che opera incessantemente. C’è chi lo incontra in un lutto, in una persona, in una chiesa, chi semplicemente in una quotidianità che si ripete. Il Signore non trascura nessuno, basta solamente la disponibilità ad aprirgli la porta».
Voi siete presenti a Padova da secoli, ma pochi vi conoscono. Come mai?
«È vero, ci conoscono poche persone ma ci siamo. Ci piace pensarci come il lievito confuso nella massa e che non si può riconoscere, ma agisce, o come il minuscolo granello di senapa che non vede nessuno. È la “misteriosa fecondità apostolica”: anche noi siamo apostole e missionarie, pur rimanendo qui. Chi vuole può condividere con noi in chiesa i momenti della messa e della preghiera, come i vespri. Incontriamo poi normalmente persone che cercano un consiglio spirituale o chiedono una preghiera, tra cui alcune giovani che cercano un accompagnamento, e accogliamo anche i gruppi parrocchiali che lo richiedono».
Come si mantiene un monastero di clausura?
«Principalmente con la Provvidenza, abbiamo molti benefattori. Ma anche noi ci diamo da fare, fortunatamente abbiamo un bel giardino e un orto, e poi realizziamo confetture, liquori, coltiviamo piante grasse, facciamo dolci e biscotti che vendiamo in un mercatino che facciamo a Natale e a inizio giugno, gestito con il supporto di alcune volontarie che ci aiutano in molte cose».
La clausura sembra una proposta fuori dal tempo. Il coraggio per una scelta così radicale viene solo dall’incontro con il Signore, che ha dato tutto per gli uomini. «Per noi è abbastanza per ricambiare questo immenso amore», racconta suor Maria Elisabetta, madre del monastero.
La chiesa di San Bonaventura è aperta dalle 6.30 alle 19 con la pausa del pranzo, la messa feriale è alle 7.30 e la festiva è alle 8.
Chi ha piacere può partecipare alla preghiera della liturgia delle ore, come le lodi di mattina e i vespri serali.
Chi vuole un incontro personale con una religiosa, o chiedere una preghiera, può andare o telefonare in orario di apertura, dalle 9 alle 11 e dalle 15.30 alle 17.
Il giorno della festa di Santa Chiara, l’11 agosto, dopo la messa solenne di norma le consorelle invitano i fedeli in parlatorio dove li incontrano e offrono loro un rinfresco.

La storia delle eremite di San Bonaventura nasce nel 1612 in zona Pontecorvo. L’ispirazione diretta era a san Francesco e per secoli il monastero era un unicum in quanto apparteneva al Terz’ordine francescano, al contrario delle monache Clarisse che costituiscono il Secondo ordine. Solo nel 2015 è avvenuta l’adesione alle Sorelle povere di santa Chiara.