Idee
Quando un figlio si chiude in camera e smette di uscire, i genitori si trovano spiazzati, impauriti e spesso non sanno cosa fare. Il fenomeno dell’hikikomori – ragazzi che si isolano volontariamente dalla vita sociale per mesi o anni – sta coinvolgendo oltre 60.000 giovani italiani. La buona notizia è che si può uscire da questa situazione e la famiglia può fare davvero la differenza. Vediamo insieme cosa funziona e cosa invece è meglio evitare, con consigli concreti tratti dall’esperienza di psicologi, associazioni e famiglie che hanno attraversato questo percorso. Prima di tutto, è importante cogliere per tempo i segnali. I ragazzi che stanno scivolando verso l’isolamento spesso mostrano alcuni comportamenti comuni:
Se riconoscete alcuni di questi segnali, non fatevi prendere dal panico. Il panico e l’ansia dei genitori, come vedremo, peggiorano la situazione. Riconoscere i segnali precocemente è importante, ma ancora più importante è come si reagisce. La prima cosa, la più difficile ma fondamentale, è che i genitori devono cambiare il proprio approccio. Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia e uno dei maggiori esperti italiani, spiega che “molti genitori hanno sviluppato nel tempo un atteggiamento errato nei confronti del problema, vivendolo con ansia smisurata”. Questa ansia viene trasmessa come pressione al figlio, aggravando il suo isolamento. I genitori diventano spesso, senza volerlo, “antenne che trasmettono l’ansia della società”. Il ragazzo percepisce questa pressione e si chiude ancora di più. Quindi il primo passo è: tranquillizzarsi e smettere di colpevolizzarsi. Non è colpa vostra, non siete cattivi genitori. L’hikikomori è un fenomeno sociale complesso che può colpire anche le famiglie più attente. Una mamma che ha attraversato questa esperienza racconta: “La cosa più importante è ritrovare un dialogo e far capire che loro vanno bene così come sono. Rimanere in ascolto, un ascolto attivo. Far capire loro che ci siamo, che non siamo giudicanti, che siamo lì ad accoglierli”. La casa deve diventare un luogo sicuro e accogliente, non un campo di battaglia. Questo significa:
Uno degli errori più comuni e dannosi è togliere internet, il computer o la console pensando che siano la causa del problema. Internet non è la causa, ma la conseguenza dell’isolamento. È l’unico canale che questi ragazzi hanno per mantenere relazioni, sentirsi parte di qualcosa, avere un’identità. Marco Crepaldi avverte: eliminare gli strumenti digitali “alimenta l’isolamento” e condanna il ragazzo a “una condizione di isolamento ancor più netta e pericolosa”. Nel mondo virtuale il ragazzo riesce a fare ciò che nella realtà gli risulta difficile: instaurare relazioni, interagire con gli altri, sentirsi parte di un gruppo. Gli hikikomori tendono a sviluppare routine molto rigide e solitarie. È importante provare a coinvolgerli in piccole attività che creino discontinuità:
Sempre con la formula “se ti va”, mai con imposizione. Se vostro figlio è già maggiorenne, è importante trattarlo da pari, non come un eterno bambino. Questo significa:
Capire cosa evitare è importante quanto sapere cosa fare. Ecco i comportamenti che peggiorano la situazione. “Quando un hikikomori abbandona la scuola, un genitore proverà istintivamente a convincere il figlio a tornare sui suoi passi. Questo tipo di atteggiamento solitamente aggrava la situazione e genera in lui la sensazione di non essere compreso nel proprio malessere”. Il ritorno a scuola deve essere l’ultimo passo, non il primo. Prima bisogna lavorare sul benessere psicologico, sulla fiducia, sulle relazioni. Solo quando il ragazzo starà meglio potrà affrontare il ritorno scolastico, magari graduale e con modalità flessibili. L’istinto di proteggere il figlio sofferente è naturale, ma l’iperprotezione è dannosa. Se fate tutto al posto suo, se eliminate ogni difficoltà, impedite la sua crescita psicologica e sociale. Deve poter sperimentare anche piccoli fallimenti e imparare a gestirli. Minacce (se non esci ti tolgo il cellulare), punizioni, imposizioni non producono quasi mai effetti positivi. L’unica strada per aiutare questi ragazzi è sgravarli della paura e non minacciarli con punizioni. Alcuni genitori rinunciano completamente al proprio benessere per occuparsi del figlio hikikomori. Questo ha un effetto paradossale: aumenta la pressione e il senso di colpa del ragazzo, che si sente responsabile della sofferenza dei genitori. Una mamma testimonia: “Altra cosa importante per me è stata togliere la mia attenzione costante dal suo malessere e cercare di recuperare le cose che fanno bene a me come persona, ritrovarmi e non vedermi solo più come la mamma di qualcuno”. I sensi di colpa non aiutano nessuno. La caratteristica fondamentale che un genitore deve sviluppare è l’apertura mentale: la capacità di mettere in discussione la propria interpretazione della vita, superare i propri dogmi educativi, accettare che il percorso di vita del figlio possa essere diverso da quello immaginato. L’hikikomori non è una condanna definitiva. Molti ragazzi, con il supporto adeguato, escono dall’isolamento e riprendono una vita sociale appagante. Il vostro ruolo di genitori è fondamentale, ma deve trasformarsi: non più genitori ansiosi che spingono e pressano, ma genitori sereni che accolgono, ascoltano e accompagnano con pazienza. L’obiettivo non è ‘spingere fuori casa, ma restituire significato al gesto del ritirarsi: ascoltare ciò che chiede di essere accolto (paure, rabbia, senso di vuoto), riattivando gradualmente desideri, curiosità e connessioni che possano essere sostenute nel tempo.