Idee
Quando, domenica 11 ottobre, durante l’Angelus, Leone XIV ha comunicato al mondo di aver deciso, seguendo il consiglio dei medici, di farsi operare per togliere un nodulo al polmone, la notizia inedita ha fatto velocemente il giro del pianeta. Milioni di fedeli si sono subito uniti in preghiera per la salute del pontefice e nel frattempo tutti abbiamo ammirato la schietta trasparenza scelta dal Papa nell’informare il mondo della sua malattia. La scelta di non nascondere la propria fragilità fisica, ma di riconoscersi, come tutti, bisognoso di cure è ormai un patrimonio consolidato da parte dei pontefici, condiviso in particolare a partire da Giovanni Paolo II. È stata superata l’idea che il successore di Pietro non dovesse e potesse mostrare la sua piena umanità nel momento della debolezza. E in famiglia, a questo proposito, cosa succede? Bisogna riconoscere che il tabù della malattia non è ancora stato debellato, in particolare se si tratta di patologie oncologiche, quindi potenzialmente mortali. La stessa parola “tumore” è ostracizzata, quasi del tutto esclusa dal linguaggio ordinario. Si preferisce usare eufemismi e giri di parole e, in sostanza, censurare il “brutto male”. Anche per altri disturbi che permettono di essere gestiti nella totale riservatezza, si cerca di non farli conoscere. I nonni e i padri e le madri, quando iniziano a diventare anziani, pur essendo in un’età della vita in cui è normale che sopravvengano i primi problemi fisici, tendono spesso a nascondere il proprio malanno fin quando non sono proprio costretti a chiedere aiuto. Se ci traumatizza quando un genitore sopravvive ad un figlio, soprattutto se quest’ultimo è un bambino, un ragazzo o comunque in giovane età, quando a non stare bene sono gli adulti e quelli che ci hanno preceduto, spesso siamo costretti ad indagare per conoscere le reali condizioni di salute dei nostri cari. Di frequente gli interessati sono schivi o vaghi e accampano, come motivazione della loro reticenza, il fatto che non vogliono farci preoccupare. Non di rado, complice magari una lontananza geografica, o comunque la rarefazione delle visite, nonni ancora lucidi si sottopongono ad un ciclo di cure o ad un intervento chirurgico senza dir nulla a figli e nipoti. Una strategia a fin di bene, per non creare allarmismi, che, però, sottintende una volontà di controllo e gestione della vita poco incline all’affidamento. Affidamento al Signore, ma anche affidamento alle preghiere dei fratelli. Sì, perché quando si nasconde una ferita anche ai più stretti congiunti di fatto ci si priva di quella intercessione condivisa che è parte della comunione dei santi. Perché impedire ad un figlio o ad un nipote, quanto più affezionati, di poter offrire le loro intenzioni per la salute e l’incolumità di un loro caro? La morte – se pure arriveremo a chiamarla “sorella”, come San Francesco – non è un mistero da cercare di tacitare fin quando non arriva e pare vincere. Essa è un’avversaria da affrontare e a cui alla fine abbandonarsi, ma sempre possibilmente in compagnia dei nostri cari. Una famiglia che non affronta la sofferenza e il distacco, con speranza e fiducia nel Signore, non comunica al suo interno con trasparenza le prove che ciascun suo membro deve superare proprio seguendo l’esempio che abbiamo ricevuto dal nostro Santo Padre a cui auguriamo tutti di guarire presto dalla sua malattia e continuare a servire la Chiesa con il suo ministero.