Idee
A Roma due minorenni a bordo di una minicar commettono una serie di crimini in poche ore, in una sorta di folle diretta. “Lo abbiamo fatto per divertimento e per noia”, dichiarano dopo l’arresto. Una frase che spiazza. Non c’è alcun tipo di movente dietro le azioni crudeli e scellerate, ma solo il gioco, la trasgressione, forse la sfida… Due adolescenti chiusi in un abitacolo di un metro e mezzo che giocano a “bowling” con le vite degli altri. Ne parliamo con Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, ricercatore dell’Istituto di Psichiatria e Psicologia nella Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Cos’è oggi la noia per un adolescente? E il divertimento?
Il divertimento e la noia non sono due dimensioni che si contrappongono. Anzi, in contesti sani, la noia può generare creatività e perfino divertimento, a patto che essa venga “tollerata” e non generi frustrazione. In adolescenza, più che in altre fasi della vita, i giovani avvertono un “vuoto interno” che spesso viene colmato con il bisogno di fare nuove esperienze, di avere relazioni stimolanti, di essere sempre “presenti”. Questa ricerca continua non riempie uno “spazio”, perché il “vuoto” non ha confini, di fatto è un “pozzo senza fondo”. Così per “compensare” alcuni sperimentano il senso di eccitazione, che non è reale divertimento, anche se poi i ragazzi lo descrivono come tale. Il meccanismo li spinge ad “alzare sempre l’asticella” e a commettere anche azioni scellerate, pericolose per loro e per gli altri. Spesso l’utilizzo dei social amplifica questi agiti, che si trasformano in esibizione, offrendo ai ragazzi like e popolarità, quindi ulteriore motivazione.
Quanto conta in questi agiti la dinamica di gruppo e il senso di impunità?
Non credo che l’impunità c’entri qualcosa. C’entra di più quel senso di irresponsabilità che interviene quando agiamo prima di pensare. Anche questo è tipico dell’adolescenza: il bisogno di fare esperienza può spingere i giovani ad agire prima di riflettere. A dare sostanza e consapevolezza agli agiti è, però, il vissuto affettivo dei ragazzi: nessuno nasce irresponsabile.
E allora cosa accade? Ci troviamo davanti a ragazzi che non riescono a calcolare le conseguenze di quello che fanno? Oppure?
Nei casi riportati dalla cronaca abbiamo a che fare con ragazzi che vivono esperienze pericolose senza sufficiente senso di responsabilità. Queste cose accadevano anche quando noi eravamo adolescenti, basti pensare ai sassi lanciati dai cavalcavia, o ad altri episodi del passato che forse abbiamo rimosso. L’adolescenza può essere caratterizzata dal senso di irresponsabilità, ma questo non vale per tutti. Le storie dei singoli, a volte difficili, possono generare situazioni di questo tipo. L’adolescenza non è una malattia, ma una fase delicata della vita, apparentemente superficiale, ma durante la quale, in realtà, i giovani sperimentano dinamiche mentali inedite, si misurano con un corpo che cambia e anche con una visione diversa del mondo. Sono trasformazioni importanti, spesso vissute in profonda solitudine.
Quanto pesa sulle azioni estreme di alcuni giovani il modello della sfida permanente che i social hanno normalizzato?
Il gusto per le sfide caratterizza anche l’infanzia. Pensiamo a tutti quei normalissimi giochi che vengono svolti sotto forma di sfida. La sfida e il gioco hanno quindi un confine molto sottile, in adolescenza quel confine può essere oltrepassato in maniera rischiosa. Sicuramente le piattaforme del web offrono una vetrina a chi ha desiderio di essere visto, o cerca momenti di trasgressione. Però non dobbiamo demonizzare tout court i social network, perché l’iperconnessione non è una malattia, ma semplicemente un nuovo modo di stare al mondo, che riguarda tutti noi e non solo gli adolescenti. Un processo irreversibile da cui non possiamo tornare indietro, ma che dobbiamo imparare a saper sfruttare, perché ci può offrire, al di là dei rischi, anche nuovi processi evolutivi.
Quanto incide il modello familiare in queste vicende?
La famiglia è fondamentale, è il fattore più fortemente psicoattivo con il quale facciamo i conti tutta la vita. In famiglia costruiamo la nostra autostima che, quando è solida, è la migliore forma di protezione rispetto a devianze e patologie. L’autostima non nasce dalle performance scolastiche e sportive, ma dalla possibilità di sentirsi amati “gratuitamente”, ovvero anche quando si prende un brutto voto a scuola, o quando si deludono le aspettative genitoriali. Costruiamo la nostra autostima quando possiamo permetterci di non corrispondere a quel “bambino ideale” che i nostri genitori hanno immaginato prima della nostra nascita. Quando non pesano su di noi, come macigni, frasi tossiche come “Potevi fare di più!”.
Come possiamo intervenire per aiutare i nostri ragazzi?
Il mondo cambia, ma i bisogni dei bambini no. Qualsiasi limite dato a un bambino non deve perseguire il fine di “vincere” su di lui, o ridurlo all’obbedienza. La sottomissione genera rabbia. Qualsiasi limite, che abbia finalità realmente educative, deve essere posto all’interno di una trattativa dove i bambini abbiano la possibilità di fare la propria parte, magari anche tentando di manipolarci, imbrogliando e mentendo. Le trattative in età adulta si ricordano con un sorriso. Quando riduciamo i nostri figli semplicemente all’obbedienza, generiamo frustrazione e ci ritroviamo a fare i conti, consapevolmente o inconsapevolmente, con i nostri sensi di colpa.