Fatti
Mentre è accesa la disputa su chi sia, oggi, il “padrone” del Venezuela, non ci sono molti dubbi su chi siano, invece, i “padroni” delle frontiere, e in particolare dei 2.500 chilometri che segnano il confine tra la Colombia e il Venezuela. “Possiamo quasi parlare di un sistema di governo parallelo e illegale”, spiega al Sir Alex Mendieta, giornalista di radio Fe y Alegría, organo d’informazione emanazione della Compagnia di Gesù, una delle poche voci libere del Paese. Il governo parallelo al quale fa riferimento il giornalista è quello dei gruppi armati colombiani, peraltro, spesso, feroci rivali tra loro, che, nei lunghi anni di Maduro, hanno trovato “rifugio” al di là del confine. Particolarmente radicato è l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), l’ultima guerriglia “ufficialmente” di matrice marxista rimasta in suolo sudamericano. Ma in Venezuela hanno le loro basi anche vari gruppi dissidenti delle disciolte Farc: coloro, cioè, che si sono rifiutati di firmare gli accordi di pace del 2016 tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero, oppure coloro che, dopo la firma, sono tornati a imbracciare le armi.
In Colombia, questi gruppi si affrontano, spesso in modo sanguinoso, per il controllo del territorio e, di conseguenza, della coca e dei traffici illegali. Ciò avviene, da circa un anno in modo particolarmente cruento, nella provincia del Catatumbo, a pochi chilometri dallo Stato venezuelano del Táchira. Oppure nel dipartimento di Arauca, al confine con lo Stato venezuelano dell’Apure. Spiega Luis Guillermo Guerrero, referente e ricercatore dell’istituto Cinep di Bogotá, uno dei più grandi esperti di gruppi armati colombiani: “Per convenzione, li chiamiamo guerriglie, ma di solito queste ultime hanno una matrice politica, il loro obiettivo è di fare la rivoluzione. In questo caso, invece, è stata persa l’iniziale carica ideale, si tratta di gruppi criminali dediti, in gran parte, ai traffici illegali, e in particolare al narcotraffico”.
Guerriglie “padrone” del territorio. Molta della forza di questi gruppi sta proprio nelle “retrovie” venezuelane, o meglio nelle vere e proprie basi, dove, nel caso dell’Eln, trovano rifugio circa 1.500 effettivi e i principali capi. Ma non si tratta solo di una presenza “difensiva”. I gruppi colombiani, come sta emergendo con ancora più chiarezza in questi giorni, sono i principali vettori del narcotraffico, e hanno finora rappresentato un anello di congiunzione che ha favorito il passaggio della coca alla cerchia di Maduro. Inoltre, hanno messo radici, allargando il loro raggio d’azione e il controllo del territorio all’interno del territorio venezuelano. A spiegarlo, al Sir, è Carlos Lusverti, avvocato, attivista, difensore dei diritti umani e docente all’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas: “In anni recenti, i gruppi armati colombiani hanno trovato, grazie al regime chavista, un contesto favorevole per rafforzare la propria presenza, in zone dove la presenza statale non arriva, interi territori sono, di fatto, alla loro mercé. Inoltre, questi gruppi hanno esteso le loro zone d’influenza, arrivando anche a operare nella zona mineraria, il cosiddetto ‘arco minero’ dell’Orinoco, dove dominano attività estrattive incontrollate e illegali di oro e minerali rari”. In pratica, prosegue Mendieta, “chi ha le armi detta legge”.
Uno scenario ancora incerto. Cosa succederà in futuro? La lotta al narcotraffico avviata da Trump arriverà fino a colpire questi gruppi, e in che modo? O, al contrario, queste milizie potrebbero saldarsi, come si è temuto nelle ultime settimane, con settori del chavismo insoddisfatti e pronti ad abbracciare la lotta armata? Secondo Lusverti, “è difficile, oggi, fare previsioni. La Casa Bianca, al momento, ha avuto una posizione molto pragmatica, ma è anche vero che lo scenario potrebbe cambiare rapidamente. Oggi, però, non ci sono segni concreti che una scelta di lotta violenta organizzata possa affermarsi nel Paese”. Mendieta registra, in queste settimane, “un certo ripiegamento”. E anche il traffico migratorio alla frontiera è diminuito, al di là degli abituali pendolari.
Fa poi notare Guerrero: “Qualcuno parla di una guerriglia binazionale, ma io non condivido questa definizione. Certo, i gruppi armati colombiani hanno avviato alleanze tattiche, anche con pezzi di regime venezuelano, nell’ottica del narcotraffico. E, certamente, quest’ultimo, essendo un’attività economica, prevede passaggi di denaro che coinvolgono anche l’economia reale, attraverso attività di riciclaggio di denaro. Ma il potere di questi gruppi non va esagerato, nella ‘torta’ del narcotraffico a loro rimarrà, forse, il 5%, sono ben altri i poteri che stanno dietro a questo fenomeno globale. Faccio anche fatica a immaginare un ruolo da protagonisti di Eln ed ex Farc, nel caso di derive violente in Venezuela”. In questo scenario, comunque complesso, un segno di speranza, sottolinea Lusverti, arriva dalla presenza, che non viene meno, di alcuni settori della società civile, della Chiesa, in particolare di alcuni ordini e congregazioni, di varie ong: “Un ruolo di accompagnamento – conclude – molto delicato, a fianco della popolazione”.