Idee
In un territorio segnato da nuove pressioni urbanistiche e da progetti che interessano aree interne al Parco regionale dei colli Euganei, il tema del consumo di suolo torna al centro del confronto pubblico. A fine marzo, un incontro promosso dal comitato Lasciateci Respirare insieme al Coordinamento delle associazioni ambientaliste del Parco Colli, dal titolo “Costituzione e paesaggi rubati” ha riunito cittadini, studiosi e amministratori per riflettere sul rapporto tra sviluppo economico, diritto e tutela. Al centro della serata, la necessità di interrogarsi su ciò che è formalmente lecito e su ciò che, pur rientrando nella legalità, entra in contrasto con i principi costituzionali e con la salvaguardia dei beni comuni.
Nel suo intervento, Alberto Lanzavecchia, docente di finanza aziendale all’Università di Padova, ha proposto una lettura economica del fenomeno, mettendo in evidenza una contraddizione di fondo: attività che producono danni rilevanti per l’ambiente e per le persone risultano, nella maggior parte dei casi, pienamente legali. «Tutto ciò di cui discutiamo è lecito e accade ovunque – ha osservato, richiamando il funzionamento dell’economia contemporanea, orientata alla crescita continua del prodotto interno lordo – La ricerca del profitto spinge imprese e sistemi politici ad aumentare costantemente produzione e consumi, senza che nei bilanci vengano considerati i costi ambientali. Emissioni inquinanti, perdita di biodiversità, consumo di suolo restano infatti fuori dalla contabilità economica, pur generando effetti concreti e spesso irreversibili».
Attraverso esempi che spaziano dalla deforestazione globale alla produzione industriale, Lanzavecchia ha evidenziato come la distanza tra luoghi di consumo e luoghi di produzione renda meno percepibili gli impatti delle scelte quotidiane. Una dinamica che si riflette anche a livello locale: «Il Veneto è tra le Regioni italiane con il più alto consumo di suolo, con aree in cui una parte significativa del territorio risulta ormai impermeabilizzata. In questo contesto, nuove edificazioni continuano a interessare superfici libere, mentre il riutilizzo di aree già compromesse resta marginale. I danni ambientali sono irreversibili e ricadono anche sulle generazioni future», ha sottolineato, richiamando l’articolo 41 della Costituzione, secondo cui l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale né arrecare danno all’ambiente e ai diritti umani. Da qui l’invito a rafforzare il ruolo della cittadinanza, anche attraverso strumenti di partecipazione e iniziative legislative capaci di orientare le scelte verso il riuso e la tutela del territorio.
Il secondo intervento, affidato a Maurizio Malo, docente di diritto pubblico costituzionale e di diritto dell’ambiente all’Università di Padova, ha riportato la discussione sul piano giuridico. «Ciò che è lecito per l’economia non è sempre lecito per il diritto», ha affermato, ribadendo il primato della Costituzione rispetto alle logiche di mercato. Malo ha ricordato come parchi e aree protette siano riconosciuti come beni paesaggistici e, in quanto tali, portatori di un valore che non può essere ridotto: «Una volta accertata questa natura non dovrebbe essere possibile arretrare, né sul piano sostanziale né su quello normativo». Allo stesso tempo, ha chiarito che tutela non significa immobilità. Le trasformazioni sono possibili, ma devono essere coerenti con la natura del luogo e orientate a uno sviluppo realmente sostenibile. Il punto centrale diventa quindi la qualità dei progetti e la capacità di distinguere ciò che è compatibile da ciò che compromette in modo permanente il bene. In questa prospettiva, Malo ha indicato la necessità di rafforzare il ruolo delle competenze tecniche nella pianificazione, sottraendo alcune scelte alla sola discrezionalità politica. «L’individuazione e la gestione dei beni paesaggistici dovrebbero essere affidate a figure qualificate e indipendenti, capaci di riconoscere il valore dei luoghi al di là delle contingenze».
Ampio spazio è stato dedicato anche ai procedimenti amministrativi. Secondo il docente, la semplificazione non può essere applicata indiscriminatamente in materia ambientale e paesaggistica, mentre la trasparenza resta spesso insufficiente. «Le comunità vengono coinvolte quando i processi sono già avanzati», ha osservato, evidenziando come cittadini e associazioni siano frequentemente costretti a ricorrere al giudice per far valere le proprie ragioni. Una dinamica che riduce gli spazi di partecipazione e indebolisce il rapporto tra istituzioni e territorio. Il riferimento ai colli Euganei è stato esplicito. «L’area – ha ricordato Malo richiamando anche le riflessioni dello storico ambientalista Gianni Sandon – rischia di essere progressivamente circondata da interventi che ne compromettono l’equilibrio
paesaggistico».
Da qui l’invito a recuperare una visione più ampia e una maggiore attenzione alla qualità progettuale, come elementi essenziali per la tutela del territorio.
Di fronte a trasformazioni che incidono in modo duraturo sul paesaggio, la partecipazione informata dei cittadini, il rispetto dei principi costituzionali e una pianificazione attenta alla qualità appaiono strumenti indispensabili. In gioco non c’è soltanto l’assetto del territorio, ma il modo in cui una comunità sceglie di abitare e custodire il proprio ambiente. E per questo la serata si è conclusa con un richiamo alla responsabilità collettiva da parte del comitato Lasciateci Respirare: «Cinquant’anni di battaglie ci hanno insegnato che solo la mobilitazione dal basso, capace di coinvolgere la cittadinanza, riesce a sensibilizzare l’opinione pubblica e costringere gli amministratori a rinunciare a progetti devastanti. Ci siamo battuti per l’interramento di un elettrodotto nel Parco, per impedire che i cementifici diventassero inceneritori, per difendere i confini dell’area protetta, per bloccare un mega centro commerciale davanti al castello del Catajo e per fermare una lottizzazione a Monteortone. Ogni volta siamo riusciti a proteggere il territorio e la salute attraverso l’iniziativa dei comitati e delle associazioni capaci di mobilitare migliaia di cittadini. Ricordiamoci che il suolo perso non torna e il paesaggio distrutto non si ricostruisce».
Il Veneto si conferma tra le Regioni italiane più colpite dal consumo di suolo nel 2025, posizionandosi al secondo posto secondo i dati Ispra. Negli ultimi quindici anni sono stati consumati 43 mila ettari, per un totale di 216 mila ettari.