Chiesa
È stato l’intervento di Sebastiano Nerozzi, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici in Italia, a dare il tono e la profondità alla mattinata dell’incontro triveneto all’Opera della Provvidenza S. Antonio. Un ritorno ideale a Trieste, ma soprattutto un rilancio in avanti.
«Non è finito a Trieste», ha chiarito subito Nerozzi, ripercorrendo le giornate della 50ª Settimana Sociale come un’esperienza «di grazia e di gratitudine», segnata dalla presenza del Presidente della Repubblica e di papa Francesco e da un metodo preciso: poche relazioni e molto lavoro laboratoriale. Proprio dai 44 laboratori della partecipazione sono scaturite 19 raccomandazioni e oltre 200 proposte, oggi disponibili online e in fase di pubblicazione in un secondo volume.
Tra le priorità emerse, Nerozzi ha sottolineato «la necessità di una formazione sociopolitica esperienziale»: non solo trasmissione di contenuti, ma percorsi che intreccino teoria e prassi, coinvolgendo in particolare i giovani. «Prima ancora che insegnamenti, cercano esperienze significative», ha osservato, richiamando la richiesta di spazi di ascolto reale, coprogettazione e dialogo continuo tra cittadini e istituzioni.
Sul versante sociale, il cuore del lavoro di Trieste è sintetizzato in un’espressione: «passare dall’io al noi inclusivo». In un tempo di identità fragili e polarizzazioni, la comunità diventa il primo bisogno. Le parrocchie, le associazioni, le realtà del territorio possono essere «oasi del noi», luoghi in cui le fragilità non vengono nascoste ma riconosciute e accompagnate, e in cui il conflitto non è rimosso ma assunto come occasione di discernimento.
Accanto ai territori, lo sguardo si allarga all’Europa. Nerozzi ha richiamato il percorso del “Codice per una nuova Europa” e l’appello dei cristiani per il futuro del continente: la democrazia – ha detto – è un cuore che oggi appare «infartuato» e bisognoso di cura. La partecipazione non può fermarsi alle buone pratiche locali, ma deve tradursi in alleanze più ampie per difendere e rinnovare i fondamenti democratici.
Suor Francesca Fiorese, responsabile della Commissione della Conferenza Episcopale Triveneto per la pastorale sociale, del lavoro, giustizia, pace e custodia del creato, ha inquadrato la giornata come un passaggio di «messa a terra» del percorso: «Questo è il nostro “post-Trieste”», ha detto, pensato per collaboratori diocesani, scuole di formazione all’impegno sociopolitico, delegati presenti a Trieste e una rappresentanza Caritas. L’obiettivo immediato, nella sua lettura, è «ritrovarsi, conoscersi, apprendere modelli e attivare connessioni», con un’attenzione concreta alle buone pratiche del territorio. Anche la scelta dell’Opsa è stata presentata come un segno: un luogo capace «di far partecipare chi solitamente è escluso», perché la partecipazione – ha ribadito – non può lasciare nessuno ai margini.